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  • Luigi Gioia

Il corpo parlerà

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Nell'affrontare l'ansia, siamo certamente aiutati dalle nostre tecniche di rilassamento, ma alla fine è nella fiducia in Dio che troviamo il nostro più grande aiuto

Torno spesso a una frase di Geneviève de Taisne, psicoterapeuta francese che insegnava all'Istituto Cattolico di Parigi, riguardo al modo in cui la maggior parte delle persone tende istintivamente a negare i propri livelli di stanchezza, stress, ansia ed esperienze traumatiche, per alleviare il disagio che ci causano. Certo, possiamo spingerci in questa negazione solo fino a un certo punto, fino a che non dobbiamo riconoscere il nostro bisogno di riposo o di aiuto, e se continuiamo ad ignorare il problema, a un certo punto – questa è la frase di Geneviève de Taisne – “il corpo parlerà”.

Il nostro corpo parla.

Lo fa in molti modi, soprattutto attraverso tutta una serie di patologie e malesseri che chiamiamo “psico-somatici” e che vanno dal semplice mal di testa a condizioni più gravi e talvolta purtroppo fatali.

Ciò è particolarmente vero per l'ansia, che a piccole dosi non è necessariamente una cosa negativa. Un certo livello di ansia può essere utile quando affrontiamo una sfida, perché mobilita le nostre energie e aumenta i nostri livelli di attenzione e concentrazione. In termini di psicologia evoluzionistica, l'ansia è il residuo del cosiddetto meccanismo di "attacco o fuga" in presenza di pericoli che condividiamo con il mondo animale: il nostro cervello inonda il corpo di adrenalina, ci mette in azione, ci aiuta a trovare una soluzione o una via di fuga in modo rapido ed efficace.

Per molte persone e specialmente in certi momenti della nostra vita, tuttavia, l'ansia può insidiosamente invadere il nostro modo ordinario di funzionare e diventare così diffusa e abituale che non ne siamo più consapevoli. È a questo punto che, nelle parole di Genevieve de Taisne, “il nostro corpo parla”, cioè ci avverte che c'è qualcosa che non va, in modi più o meno familiari a tutti, come, ad esempio, l'incapacità di concentrarsi, o problemi con il sonno.

Abbiamo tutti storie da raccontare riguardo al legame tra ansia e disturbi del sonno. A volte ci rendiamo conto di quanto la nostra ansia sia diventata onnipresente solo perché abbiamo difficoltà ad addormentarci la sera o continuiamo a svegliarci prestissimo la mattina e non riusciamo a riaddormentarci, malgrado il nostro bisogno e desiderio di riposo.

Affrontare questa forma di ansia non è facile. Il corpo gioca un ruolo chiave anche in questo processo. Alcuni dei modi più efficaci per ridurre l'ansia sono le tecniche di rilassamento, il contatto con la natura, lo sport, un'alimentazione più sana. Proprio come il nostro corpo "parla" rivelando livelli di ansia di cui potremmo non essere consapevoli, così diventa un alleato nell'aiutarci a disinnescare questa ansia preoccupandoci di meno, cedendo un po' di controllo, grazie all'atteggiamento squisitamente espresso nella famosa preghiera degli Alcolisti Anonimi:

“O Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare, e la saggezza per conoscere la differenza”.

Il Vangelo di Marco ci orienta in questa direzione nella piccola gemma che vorrei chiamare 'la parabola dei buoni dormienti', cioè quelli che sono diventati bravi ad apprezzare ciò che dipende da loro e ciò che su cui non hanno nessuna influenza, e ad agire di conseguenza: spargono il seme al momento giusto e nel modo giusto, ma poi hanno la saggezza di capire che il loro ruolo è semplicemente quello di dormire e lasciare che la terra faccia il suo lavoro, poiché “il seme germoglia e cresce, e loro non sanno come. La terra produce da sé prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga» (Mc 4,29).

Il Vangelo, naturalmente, non ci sta semplicemente dando una ricetta contro l'ansia, anche se non c'è niente di più consolante a questo riguardo degli inviti di Gesù a non preoccuparsi e della sua ingiunzione "A ogni giorno basta la sua pena". La parabola dei buoni dormienti vuole descrivere il modo in cui opera il regno di Dio, cioè come Dio agisce nella storia. A noi spetta certamente dover fare qualcosa, eppure è fondamentale capire quando dobbiamo lasciare che sia Dio a operare e pregare per il dono della saggezza di conoscere la differenza.

Spesso, tanto maggiore è il nostro zelo, tanto più è difficile per noi “dormire”, cioè fare un passo indietro, aspettare e avere fiducia.

Trovo che tutto ciò è perfettamente illustrato in un episodio della vita di san Paolo, l'evangelizzazione dei Tessalonicesi, che si può ricostruire confrontando il capitolo 17° degli Atti degli Apostoli con le lettere che Paolo scrisse a questa comunità.

In Atti 17 leggiamo che Paolo, giunto a Tessalonica, «secondo la sua consuetudine», si recò per tre sabati di seguito nella sinagoga per annunciare la buona novella, cioè, con le parole del Vangelo di oggi, per spargere il seme. Ci viene detto che tutto ciò che Paolo fece fu raccontare una storia - la storia di ciò che Gesù ha fatto e detto, perché questa è l'unica cosa che possiamo fare - raccontare la sua storia, e poi lasciare che essa operi la sua magia "da sé", automatos(questa è la parola greca usata nel Vangelo di oggi nella frase: “la terra produce da sé il suo frutto”). In effetti in questa particolare occasione successe proprio questo.

Ci viene detto che subito dopo questo primo contatto con i Tessalonicesi, scoppiò una violenta persecuzione e Paolo dovette fuggire in fretta dalla città (Atti 17:4-10). Ciò significa che non ebbe tempo di fondare una comunità, né di nominare alcun leader, forse nemmeno di battezzare nessuno. Secondo le parole della seconda parabola del Vangelo di oggi, poté solo seminare un minuscolo granello di senape, e dovette subito ripartire.

La prima lettera ai Tessalonicesi riprende la storia dove la lasciano gli Atti degli Apostoli, e Paolo la racconta in prima persona. Lo vediamo in preda a una grande ansia per questa comunità: considerando quanto poco aveva potuto fare per stabilire la chiesa in questa città e la violenta persecuzione che ne era seguita, temeva che la fede dei Tessalonicesi fosse stata compromessa. Cercò più volte di tornare in città, ma ciò si rivelò impossibile. Così a un certo punto, incapace di “sopportare più a lungo la sua preoccupazione”, decise di mandare ai Tessalonicesi il suo amico Timoteo, per rafforzarli e incoraggiarli nella loro fede (1 Ts 3,1-2).

Con grande sorpresa di Paolo, però, quando Timoteo tornò da questa visita, portò una notizia inaspettata: “Timoteo è tornato da noi -dice Paolo- portandoci la buona novella della vostra fede e del vostro amore, e che pensate sempre con benevolenza a noi e desiderate vederci come noi desideriamo vedere voi” (1 Ts 3,6). Nonostante l'assenza di Paolo e la persecuzione, la comunità era fiorente, il seme era germogliato e cresciuto, la terra aveva prodotto da sé il chicco, il minuscolo granello di senape era diventato un arbusto e aveva prodotti grandi rami. Infatti, la giovane e piccola comunità non solo aveva preservato la sua fede, ma aveva anche iniziato ad evangelizzare altre città: era diventata un albero così grande che “gli uccelli del cielo avevano fatto il nido alla sua ombra” (Mc 4,32). .

Così Paolo era stato in ansia invano. Avrebbe dovuto meditare un po' di più sulle parabole di Gesù e imparare che è così che funziona il Regno di Dio: tutto quello che ci viene chiesto è continuare a raccontare la storia, la storia di Gesù – perché è una bella storia, e fidarci poi del suo potere.

Noi non convertiamo nessuno, solo Dio lo fa.

Abbiamo costantemente bisogno di ricordarci che non stiamo lavorando per il nostro regno o la nostra chiesa, ma per il regno di Dio e la chiesa di Dio – nel Padre Nostro, ogni giorno, non diciamo: "Venga il mio regno", ma "Venga il tuo regno".

La buona notizia è che se Paolo poteva sbagliare - che se anche lui non possedeva sempre la saggezza per conoscere la differenza tra ciò che doveva fare lui e ciò che doveva lasciare che accadesse da solo - se anche per lui questo era arduo, allora è del tutto normale che questo sia difficile anche per noi. Anche noi siamo come gli innumerevoli altri pastori e ministri della storia della Chiesa che, per quanto abbiano creduto nelle promesse di Gesù e nella sua presenza per mezzo dello Spirito Santo, hanno continuato ad agire come se tutto dipendesse da loro, come se il successo della loro opera evangelizzatrice non fosse altro che il risultato di strategie e capacità umane.

È la Parola di Dio -questa è la forza della storia di Gesù- che costruisce la comunità, per questo continuiamo a raccontarla, una domenica dopo l’altra. Trovo confortante sapere che questo è tutto ciò che dobbiamo fare, e poi dobbiamo semplicemente dormire. La Chiesa, nel suo insieme e in ciascuna delle sue comunità locali, è una “creatura del Verbo” nella celebre frase di Lutero: la Chiesa nasce e si mantiene viva solo grazie al potere della storia di Gesù; la Chiesa cresce solo nella misura in cui si lascia costantemente convocare, plasmare, consolare, guidare e istruire dalla Parola proclamata, accolta e meditata.

Dormire significa quindi credere che anche se “non sappiamo in che modo”, come dice il Vangelo, Dio agisce nella nostra vita e nella storia, e il nostro sonno è una metafora della nostra fiducia e della nostra fede.

Come dice magnificamente il Salmo 126

Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode. Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore: il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno.


Non ultimo tra gli effetti operati da queste parole vi è la loro capacità di portarci pace, di alleviare la nostra ansia, soprattutto quando le ripetiamo a noi stessi nel mezzo delle nostre impegnative giornate, il più spesso possibile. Nell'affrontare l'ansia, siamo certamente aiutati dalle nostre tecniche di rilassamento, ma alla fine è nella fiducia in Dio che troviamo il nostro più grande aiuto. Il Signore si prende cura di noi. “Il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno”!




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