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  • Luigi Gioia

Là lo vedrete. Meditazione pasquale

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Il luogo dove il Signore Risorto ci precede e dove è veramente presente non è più il tempio, ma la vita quotidiana

In confronto con gli altri evangelisti, Marco offre una delle versioni più paradossali degli eventi che circondarono la risurrezione di Gesù. Il nome di Gesù infatti non è mai menzionato e il suo racconto inizia con la rassegnazione e termina con la paura.

Passato il sabato, Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare ad ungerlo. Per ungere chi? Gesù non è menzionato in questa frase iniziale, segno che è già diventato un oggetto, un corpo, un cadavere, ed è considerato assente. Tutta la speranza riposta in lui è svanita e non resta altro conforto se non quello della rassegnazione. Il processo di accettazione della morte passa attraverso la ritualizzazione: comprare oli aromatici, visitare la tomba, ungere il corpo. I riti legati alla morte sono una maniera di integrarla, di accettarne la fatalità, l’inevitabilità. Il vangelo dunque ci mette di fronte al carattere definitivo e implacabile di questa morte, una realtà sottolineata in modo ancora più solenne dalla questione della pietra posta all’ingresso del sepolcro, questo masso enorme, che non poteva essere rotolato via se non da diverse persone, e comunque solo dal di fuori – alla morte non si sfugge.

Uno sfondo così cupo permette a due dettagli di stagliarsi in modo particolare. Il primo è un indizio che facilmente sfugge a chi non è abituato allo stile simbolico di Marco: Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levar del sole. Questo sorgere del sole è un primo annunzio velato della resurrezione. Poi, alzando lo sguardo, [le donne] osservano che la pietra era già stata fatta rotolare via, benché fosse molto grande. Certo, si poteva pensare che qualcuno fosse venuto nottetempo a rubare il corpo, ma se le donne avessero mantenuto la loro speranza viva, avrebbero già potuto lasciarsi sorprendere da questa anomalia, si sarebbero potute ricordare dell’annuncio della resurrezione. Invece ancora non cercano il Gesù vivo e restano ostinatamente attaccate al conforto effimero del cadavere, del corpo di Gesù morto.

Quando entrano nel sepolcro una nuova sorpresa le attende. C’è un ragazzo, simbolo della giovinezza della vita nuova, della grazia rinnovata. Invece di trovare corruzione e morte, trovano la vita nel suo vigore, sono esposte ad una luce espressa dal colore bianco della veste di questo giovane. Ma la loro rassegnazione alla morte persiste. Anche di fronte alla presenza della giovinezza, della luce e della vita in questo sepolcro la loro reazione è quella della paura. Ce lo rivelano le prime parole del giovane alle donne: Non abbiate paura. Voi cercate Gesù.

Solo ora il nome di Gesù può apparire, perché questo giovane, questo messaggero si riferisce a lui non come ad un morto, ad un oggetto inerte, ma come ad un vivente: Gesù, il Nazareno, il crocefisso è risorto, non è qui. Ciò che le donne temevano di più, la perdita del corpo, diventa invece la buona notizia: non è qui! Non è più in un sepolcro perché la morte non ha più nessun potere su di lui - e se non ha potere su di lui, non ha più potere neanche su di voi. Ecco il luogo dove lo avevano posto, verificate anche voi, è vuoto. Non vi è più ragione di attardarsi in questo sepolcro, occorre scrollarsi di dosso la fascinazione per la morte. Il giovane le vuole spingere via, allontanarle da questo luogo di morte: Andate!

Per noi, come per le donne, la risurrezione resta un mistero. Dov’è Gesù? Sì, è vivo, non è più qui. Ma dove si trova? Il suo modo di essere presente è cambiato. Non è più in un luogo. La sua presenza non è più localizzata. Occorre una conversione simile a quella che vivono le donne e poi gli apostoli per accedere progressivamente alla modalità nuova con la quale il risorto dimora con noi. Occorre lasciarsi educare a riconoscerla dal Vangelo, che ci offre due riferimenti per comprendere il carattere misterioso della presenza di Gesù risorto quando ci dice: Vi precede, e poi aggiunge: in Galilea.

Vi precede. Non possiamo anticipare dove trovare Gesù, né trattenerlo. Non c’è più luogo né sistema che possa contenerlo, metterlo a nostra disposizione. E’ sempre altrove, sempre oltre, sempre davanti a noi: ci precede. Fin dall’inizio del Vangelo Gesù chiede ai suoi discepoli: Venite dietro a me. All’inizio si trattava di una sequela fisica: Gesù continuamente camminava e i suoi discepoli dovevano seguirlo – come lui non potevano più avere neanche una pietra dove posare il capo. Ma già allora Gesù li introduceva nel senso simbolico di questa sequela. Quando Pietro vuole che Gesù si adatti alla sua concezione della salvezza, che di certo non prevede la croce, Gesù gli dice Vieni dietro a me. E glielo ripeterà dopo la risurrezione.

Lo stesso invito rivolge anche a noi. Il Risorto precede anche noi. Anche a noi mostra la strada. Il solo modo per sapere dove andare è restare uniti a lui, fissare lo sguardo su di lui. Ed il luogo nel quale ci precede non è straordinario, non è più nelle teofanie spettacolari del monte Oreb o del Sinai; non è a Betlemme e non è neanche nel tempio di Gerusalemme e men che meno nel sepolcro dove lo cercano le donne. Il luogo nel quale ci precede e ci attende è la Galilea, appunto come lo dice l’angelo: In Galilea.

La Galilea è il luogo nel quale Gesù ha incontrato i discepoli per la prima volta, dove conducevano la loro vita ordinaria, pescavano, vivevano con la loro famiglia. E’ un modo di dire che il luogo dove il Signore ci precede e dove è veramente presente non è più il tempio, ma la vita quotidiana. Il luogo della presenza del Risorto è la nostra casa, il posto dove lavoriamo, dove cerchiamo lo svago, dove andiamo in vacanza. Là lo vedrete, come vi ha detto.

Possiamo allora accogliere l’invito del giovane uomo: Non abbiate paura. La presenza del Risorto non si manifesta in modo da sconvolgerci, come nell’Antico Testamento, ma si fa ordinaria, vuole essere riconosciuta nel fratello o nella sorella, nell’amico, nel nemico, in coloro che non conosciamo, in ognuna delle persone che incontriamo. Ogni incontro può così diventare esperienza della resurrezione, ogni istante della nostra vita, anche quello apparentemente più insignificante, è chiamato a diventare una soglia attraverso la quale varchiamo nella vita eterna.






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