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  • Luigi Gioia

La bambola russa dell'ospitalità

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“Un artista non è mai povero”. Questa è la frase conclusiva del film Il pranzo di Babette diretto nel 1987 da Gabriel Axel e basato su un romanzo della scrittrice danese Karen Blixen (che in questa occasione usò lo pseudonimo Isak Dinesen). Non solo questo film vinse l'Oscar, ma è il preferito di Papa Francesco e dell’ex arcivescovo di Canterbury Rowan Williams. Il fondatore della comunità monastica di Bose Enzo Bianchi ha affermato che se si vuole capire l'Eucaristia occorre guardare questo film.

Per quanto altamente simbolico, il messaggio di questo film può essere apprezzato anche semplicemente come una storia di generosa ospitalità la cui ricompensa è una vita trasformata. Le due anziane sorelle danesi Martina e Filippa, nubili e profondamente puritane, non sospettano minimamente che la rifugiata francese in fuga da uno dei famigerati spargimenti di sangue controrivoluzionari parigini era stata la chef del Café Anglais, uno dei ristoranti più cari e prestigiosi della capitale francese. Con devozione incessante durante 14 lunghi anni, Babette nasconde i suoi prodigiosi talenti culinari e cucina i pasti rigorosamente insipidi esigiti dall'educazione puritana dei suoi ospiti. Fino a quando un giorno Babette supplica di avere l'opportunità di cucinare un pasto vero per le sorelle e i loro amici, senza rivelare la sua intenzione di spendere per esso tutti i risparmi che le avrebbero permesso di tornare alla sua vita precedente. Ciò che inizialmente appare come irresponsabile prodigalità si trasforma lentamente in un'esperienza di guarigione. La convivialità permessa dal sontuoso pasto - aiutata senza dubbio da Veuve Cliquot Champagne, Sauternes e Cognac - sana vecchi rancori, riaccende antichi amori e ripristina i legami tra i membri di una comunità la cui vita spirituale si era inesorabilmente avvizzita a causa dell’aridità della cupa e malinconica religiosità pietista.

Una ricompensa simile è promessa da Gesù alla fine del suo lungo discorso missionario nel decimo capitolo del vangelo di Matteo: “Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa” (Mt 10,42). Gesù non invita a praticare l'ospitalità per ricevere una ricompensa. Nello stesso discorso dice ai suoi discepoli ‘”Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10.8) ed è sottinteso che questo vale anche per coloro che li accolgono nelle loro case. Con queste parole Gesù piuttosto ci insegna a considerare l'ospitalità stessa come una ricompensa perché dilata le nostre case e i nostri cuori e quasi sempre diventa un'opportunità di crescita, di guarigione e di gioia. Gesù raccomanda di dare gratuitamente ciò che abbiamo ricevuto gratuitamente, perché la gratuità è l'unica modalità che ci dà accesso ai doni di Dio. Sperimentiamo amore e gioia solo nella misura in cui li condividiamo.

C'è sempre un mistero nell'ospitalità. Questo è un tema ricorrente nelle Scritture. Abramo, Sara, Lot - solo per fare alcuni esempi - aprono le loro case e il loro cuore a dei visitatori senza sapere che in realtà stanno accogliendo angeli. Allo stesso modo Boaz accoglie Ruth e Noemi senza sapere che questo lo farà diventare parte della stirpe del Messia.

Gesù indica questo mistero quando dice: “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato”. L'ospitalità funziona come una bambola russa: se osiamo superare la nostra paura dell'ignoto e dell'imprevisto e condividiamo i nostri doni con i nostri ospiti, se doniamo gratuitamente, scopriamo che la ricompensa è infinita, che influisce sulla nostra vita a più livelli e in maniere che non ci saremmo mai aspettate.

Il significato diretto di questo versetto ovviamente si riferisce all'accoglienza dei messaggeri di Gesù - ma non è un caso che questo stesso capitolo stabilisca uno stretto parallelo tra l'accoglienza del Vangelo e il benvenuto ad un ospite: una dinamica simile è all'opera in entrambi . Anche le parole del Vangelo sono come una bambola russa: ci raccontano storie semplici, ci riportano delle promesse, ci danno istruzioni che continuano a svelare nuovi inaspettati livelli di significato e hanno il potere di trasformare le nostre vite nella misura in cui rimaniamo in queste parole o piuttosto lasciamo che esse dimorino nella nostra memoria e nei nostri cuori – diamo loro ospitalità.

Naturalmente, coloro che vengono in una casa o in una comunità nel nome di Gesù devono essere profondamente consapevoli di non poter fare affidamento sui loro doni, abilità o saggezza. A volte, come Paolo, devono imparare questa lezione in maniera dolorosa. Fu grazie all'umiliante derisione che il suo tentativo di predicazione sofisticata produsse nell'Areopago che Paolo imparò a trovare il modo di presentarsi che invece conquistò i Corinzi: “La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio” (1 Cor 2,4). Allo stesso modo, in questo discorso missionario, Gesù invita i suoi messaggeri a non preoccuparsi di cosa dire e di come dirlo, “perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire” (Mt 10,19).

Poter parlare in questo modo è in un certo senso un’arte -arte intesa non tanto come talento, ma come la capacità di rispondere creativamente quando ci si trova nel contesto giusto. Questo, penso, è quanto intende dire Babette quando, dopo aver speso tutti i suoi risparmi per il pasto, afferma che “un artista non è mai povero”. Attraverso questa frase riconosce due cose.

La prima è che se non fosse stata accolta, accettata e amata dalle sorelle pietiste non sarebbe stata in grado di ricambiare la loro liberalità con la stessa libertà – e che questa libertà è la ricchezza più grande. La seconda è che non c'è ricompensa più alta per chi ospita e per chi è ospitato della vita, dell'amore e della gioia che questo incontro genera. Gesù suggerisce persino che non esiste un modo migliore di accogliere la vita divina della Trinità: che ne siamo consapevoli o no, attraverso questo tipo di ospitalità accogliamo la presenza del Cristo risorto, l'insegnamento dello Spirito Santo e siamo riuniti nell'abbraccio del Padre.




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