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  • Luigi Gioia

La pazienza che ci rende più umani

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Una lettura superficiale della parabola del buon seme e della zizzania potrebbe darci l'impressione che ci siano due categorie di persone: i figli del regno e i figli del maligno, i buoni che ottengono la ricompensa e i cattivi che sono destinati a bruciare. Come sempre con le parabole, i dettagli sono semplificati per accentuare la lezione principale, che in questo caso non è la genesi, la distribuzione sociale e la ricompensa del male, ma il modo in cui Dio affronta l'inevitabile mescolanza di bene e di male nel mondo. Di fatto, l'intero Nuovo Testamento contraddice costantemente l'idea che le persone possano essere totalmente buone o totalmente cattive. Da un lato, ci viene detto che nessuno può considerarsi giusto davanti a Dio (cfr Romani 3,9-20) e dall'altro che Dio vuole che tutte le persone siano salvate e per questo che dobbiamo pregare per tutti (1 Timoteo 1,1-4). Nessuno è mai compromesso a tal punto che si debba perdere ogni speranza. Questo è anche il motivo per cui non dovremmo mai giudicare nessuno: non siamo in grado di farlo perché siamo tutti complici del male in un modo o nell'altro e non siamo in grado di vedere il cuore delle persone. Possiamo indovinare le motivazioni di altre persone solo dal di fuori e sappiamo quanto le apparenze possano essere ingannevoli. Questo messaggio è espresso visualmente nella potente scena nella quale Gesù dice: "Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra" ed è confermato dal fatto che tutti lasciarono cadere la pietra, "a cominciare dai più vecchi" (Giovanni 8.7ff). Non c'è bisogno di essere cristiani o religiosi o particolarmente saggi per essere consapevoli delle ambiguità che abitano nel nostro cuore. Ci basta aver vissuto abbastanza a lungo da poter ricevere questa lezione dalla vita stessa, spesso attraverso cocenti umiliazioni.

Quindi qual è il messaggio principale di questa parabola? Esso sta nel rifiuto del padrone di casa di permettere ai suoi servitori di districare la zizzania dal grano prima della mietitura - e questo per la semplice ragione che il bene è inseparabile dal male nei cuori di ognuno di noi. Ancora una volta, basta un minimo di esperienza e di conoscenza di sé per rendersi conto di quanto nulla di ciò che facciamo sia mai puro. Questo non deve condurre al cinismo riguardo alla natura umana. È solo realismo. Se ci pensiamo, non è proprio questa complessità del cuore umano che ci affascina nelle persone o anche nei personaggi immaginari di romanzi, opere teatrali o nei film? Tra gli innumerevoli esempi che mi vengono subito in mente, nessuno, penso, è più convincente dei personaggi memorabili del romanzo La valle dell’Eden di John Steinbeck. Non è un caso che il personaggio più avvincente del romanzo sia Caleb (interpretato da James Dean nella versione cinematografica diretta da Elia Kazan) proprio perché è il più contraddittorio e alla fine causa la morte di suo fratello Aron. Fa del male e tuttavia non possiamo evitare di essere intensamente commossi quando suo padre lo perdona sul suo letto di morte. Ma per quanto riguarda il male, il personaggio più eloquente del romanzo è Cathy Ames, la madre dei due fratelli, che ha un '"anima deforme", si diletta nell'usare e distruggere le persone, uccide i suoi genitori, spara a suo marito, abbandona i suoi figli, finisce per gestire un famigerato bordello e ricatta i suoi clienti, fino a che non muore suicidandosi. Mi chiedo se sono l'unico ad avere sperimentato questa cosa, ma il suo personaggio nel romanzo è di gran lunga quello che mi ha affascinato di più. Nel corso degli anni, mi sono spesso chiesto perché (questo è un romanzo che continuo a rileggere), e l'immagine che mi viene in mente è quella di un buco nero cosmico: un tale grado di quasi assoluta oscurità può essere osservato solo indirettamente e rimane inconcepibile. Questo è il motivo per cui è impossibile distogliere lo sguardo da esso. È interessante notare che, nel mezzo dell'elogio universale che il capolavoro di Steinbeck ha sempre suscitato, una delle poche esitazioni di molti critici riguarda la plausibilità del personaggio di Cathy. Possiamo condividere questa critica o meno, ma la sua stessa persistenza la dice lunga: anche da un punto di vista puramente secolare, facciamo fatica a credere che un essere umano possa essere malvagio fino a questo punto.

Questo ci insegna che la qualità di un romanzo dipende dalla complessità morale dei personaggi e dalla capacità dei romanzieri di suscitare empatia nel lettore anche quando potrebbe essere a disagio con i comportamenti da un punto di vista etico. Grano e zizzania si mescolano indissolubilmente e questa tensione è ciò che ci rende umani, nel doppio senso di questo termine: è parte inevitabile della nostra "condizione umana", e soprattutto è ciò che ci rende più "umani", capaci cioè di accettare e di capire gli altri.

La pazienza ovviamente si paga a caro prezzo. Il male provoca sofferenza e dolore e quando siamo noi direttamente a subirne le conseguenze vogliamo che Dio agisca immediatamente per eliminare questo male – troviamo scandaloso che Dio temporeggi. Eppure, tutti abbiamo bisogno di questa sua pazienza, ne beneficiamo tutti. Dove finiremmo se Dio ci punisse ogni volta che agiamo in modo errato e causiamo la sofferenza di altre persone, in un modo o nell'altro. Essere cristiani consiste nel diventare sempre più figli del nostro Padre celeste che "fa sorgere il suo sole sopra i cattivi e sopra i buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti" (Matteo 5,45), perché sappiamo che il male non si vince con la punizione ma con il perdono, che la guarigione non è istantanea ma il risultato di un processo, spesso angosciosamente lento. È consolante sapere tuttavia che nel frattempo questa pazienza, questa comprensione e questa magnanimità non solo ci rendono migliori cristiani ma anche più umani.




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