• Luigi Gioia

Sapienza della Croce

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Entriamo nella sapienza della croce solo quando scopriamo il nostro bisogno del perdono che Gesù dispensa sulla croce, solo lasciando che questo perdono cambi il nostro sguardo.

Una parte considerevole della narrativa della Passione è occupata dai processi o, piuttosto, dagli interrogatori di Gesù, di fronte al Sinedrio, a Pilato ed anche, solo in Luca, davanti ad Erode. Degli atti di questi interrogatori ci è riportato giusto quanto basta per mostrare che Gesù è innocente:

Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: "Non trovo in quest'uomo alcun motivo di condanna"[1].

Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo, disse loro: "Mi avete portato quest'uomo come agitatore del popolo. Ecco, io l'ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in quest'uomo nessuna delle colpe di cui lo accusate; e neanche Erode: infatti ce l'ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà"[2].

Ed egli, per la terza volta, disse loro: "Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in libertà"[3].

Noi, (siamo condannati) giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male"[4].

Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: "Veramente quest'uomo era giusto"[5].

Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto[6].

Gesù è dunque innocente, non ha mai conosciuto il peccato, non ha mai fatto nulla che meritasse la morte. Muore non perché è peccatore, ma perché è giusto, troppo giusto. Muore perché le tenebre non possono sostenere la sua luce. Non subisce la morte, ma la sceglie. La sceglie per amore per noi.

Se Gesù è innocente, perché allora deve morire? Perché tanto accanimento contro di lui? Perché questa volontà sorda ad ogni rimorso della coscienza, pronta a mentire, pronta a ricorrere al tranello, alla falsa testimonianza, alla manipolazione dell’autorità politica romana pur di giungere al proprio scopo, cioè far morire Gesù, e farlo morire di una morte infame come quella della crocifissione, quella riservata a omicidi e malfattori, in modo da discreditarlo completamente? Si può disquisire senza fine sull’intreccio di ragioni politiche, sociali e religiose che si sono coalizzate contro Gesù. Luca vi fa allusione quando nota che Erode e Pilato, benché nemici, diventano amici nel comune imbarazzo politico nel quale li mette la richiesta di condannare questo uomo innocente[7]. Ma i fattori politici, sociali e religiosi, per quanto potenti, mai avrebbero potuto vincere il Dio Forte, il Dio Santo, il Dio Immortale. Se hanno prevalso è perché Dio vi ha consentito, perché era necessario. Fin a quando ha voluto, Gesù ha parlato apertamente e nessuno lo ha arrestato. E’ erroneo pensare che l’arresto sia avvenuto solo perché gli avversari sono riusciti a tendergli un tranello ben ordito. Gesù infatti sapeva del tradimento, sapeva del tranello e lo aveva addirittura preannunciato durante l’ultima cena. Poteva sottrarsi all’arresto e non lo ha fatto. Anzi è andato proprio nel luogo dove sapeva che venivano a cercarlo, come ad un appuntamento. Era giunto il momento nel quale le forze delle tenebre dovevano sferrare l’attacco decisivo contro il Signore ed il suo Messia[8].

Entriamo nel mistero della passione non proponendoci di imitare Gesù: quello che Gesù compie in essa lo può fare solo lui e nessun altro; non impietosendoci sul destino di Gesù, altrimenti dobbiamo sentirci dire: siete voi che avete bisogno di pietà, siete voi che fate pena. Entriamo nel mistero della passione non attraverso la commiserazione, ma attraverso la compunzione, una cosa totalmente diversa: la commiserazione è possibile quando ci si può mettere dalla parte di chi soffre, ma noi siamo dalla parte di chi infligge questa sofferenza. Noi siamo i peccatori che non vogliono la morte di Gesù, la morte dell’innocente, che non vogliono essere i complici del male che stritola tutti gli innocenti che soffrono ingiustamente nel mondo in questo istante, ma che di fatto prestano il loro contributo a questa struttura di peccato, si rendono strumenti dell’opera di Satana attraverso la loro complicità apparentemente banale, quotidiana con il peccato.

Se la commiserazione ci chiude l’accesso al senso del mistero della passione, ce lo schiude invece la compunzione. Compunzione è il lasciarsi trafiggere il cuore alla vista della sofferenza che i nostri peccati causano a Gesù, è convertirsi, è ritornare al Signore.

Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore[1].

La compunzione trafigge l’involucro di sufficienza e di auto-giustificazione che ci tiene lontani a guardare, che ci rende semplici spettatori. C’è compunzione quando prendiamo veramente coscienza del nostro peccato e che scaturiscono dai nostri occhi le lacrime del pentimento, le sole che hanno il diritto di scorrere ai piedi della croce. Grazie ad esse possiamo allora confessare con il ladrone:

Noi, (siamo condannati) giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male". E disse: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno[2].

Queste lacrime Gesù non le rifiuta. A queste lacrime non risponde come a quelle delle donne incontrate lungo la via verso il Golgotha, alle quali dice Piangete piuttosto su voi stesse. A queste lacrime, a questo pentimento, Gesù risponde con la promessa della salvezza: Oggi sarai con me in Paradiso. Questo Paradiso dove egli “asciugherà ogni lacrima”[3].

Entriamo nella sapienza della croce[4] solo quando scopriamo il nostro bisogno del perdono che Gesù dispensa sulla croce. Solo lasciando che questo perdono cambi il nostro sguardo potremo confessare con il centurione: "Veramente quest'uomo era giusto". Solo allora cesseremo di essere nemici della croce[5], per accettare di portarla non presumendo di noi stessi come Pietro, non subendola come Simone, ma ricevendola dalle mani del Padre, come dono, insieme a Cristo, per Cristo, in Cristo. A lui la gloria, insieme al Padre e allo Spirito Santo nei secoli dei secoli

[1] At 2,36s [2] Lc 23, 41s [3] Ap 21,4 [4] 1Co 1,23 [5] Fil 3,18

[1] Lc 23,4 [2] Lc 23,13ss [3] Lc 23,22 [4] Lc 23,41 [5] Lc 23,47 [6] Lc 23,48 [7] Lc 23,12 [8] Sal 2,2





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