• Luigi Gioia

Bisognosi

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"Non appena riconosciamo il nostro bisogno di Dio, si aprono le orecchie del nostro cuore e siamo raggiunti dalla consolazione che Dio vuole donarci".

Luca è il solo degli evangelisti che ci informa su come abbia redatto il suo testo: ha interrogato i testimoni oculari e fatto ricerche accurate con l’intenzione di trasmettere ordinatamente le esperienze dei primi apostoli. Sarebbe però un errore credere che il Vangelo sia prima di tutto una collezione di informazioni riguardo a Gesù e al suo messaggio.

Capiamo meglio la natura del vangelo assistendo alla scena nella quale Gesù entra in una sinagoga, prende il rotolo della Scrittura nelle sue mani e legge le parole: «Lo Spirito del Signore è sopra di me» (Lc 4,18). L’autore di queste parole non parlava di sé stesso, ma di un personaggio che sarebbe venuto nel futuro. Quando Gesù le legge, sa che esse parlano di lui, che su di lui scende lo Spirito del Signore. Ciò appare chiaramente nel seguito del passaggio: “Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette”. A questo punto “nella sinagoga tutti gli occhi erano fissi su di lui” (Lc 4,20). L’attenzione si sposta dal rotolo a Gesù. Quest’ultimo allora proclama: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21). Possiamo tradurre questa frase dicendo: “Da oggi in poi non avete più bisogno di questo libro perché avete me. Sono io che questo libro annunciava e adesso che sono qui, non avete più bisogno di libri”.

Certo, continuiamo ad avere la Scrittura con i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento e ne abbiamo bisogno. Il cristianesimo però non è una religione del libro, ma della parola perché crediamo che il Verbo (vale a dire ‘la Parola’) non si è fatta scrittura ma carne: ci ha parlato, ci ha toccato, ha vissuto con noi e resta con noi fino alla fine dei tempi. Capiamo la Scrittura solo quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola, solo quando udiamo la voce stessa di Dio. Cerchiamo di illustrare questa verità con un esempio.

Quando leggo l’articolo di un giornale, mi basta capirne il contenuto per poter dire di averlo assimilato. Si tratta di una semplice comunicazione di informazioni. Con una poesia è in gioco qualcosa di più complesso. La capisco non solo perché essa mi informa ma perché in qualche modo mi trasforma, mi arricchisce interiormente, mi fa vivere una esperienza che in qualche modo mi cambia. Possiamo leggere la Scrittura come lo facciamo con l’articolo di un giornale: ci informiamo ma senza che ciò abbia un impatto nella nostra vita. Più profondamente possiamo considerarla come un poema: ammiriamo la bellezza del testo, magari ci lasciamo anche toccare da alcuni aspetti del suo messaggio, ma non andiamo oltre.

Per capire davvero la Scrittura occorre in un certo modo superare il testo e aprirci a colui che continua a parlarci attraverso di esso, nel momento stesso in cui essa è proclamata. Dio non ci parla solo per farci capire qualcosa, per trasmetterci delle informazioni o per trasformarci ma per salvarci, per darci la vita. Come ce lo dice la Genesi, quando Dio parla, crea e quando parla di nuovo attraverso Cristo e lo Spirito Santo, ci ricrea – non solo ci dà la vita, ma ci fa partecipare alla sua stessa esistenza.

E’ dunque fondamentale verificare in che modo accogliamo la Scrittura. Spesso dovremo ammettere che la leggiamo come con un libro qualsiasi senza tendere l’orecchio del cuore per percepire la voce di Dio che ci parla attraverso di essa. Sappiamo di stare davvero ascoltando Dio solo quando il nostro cuore è toccato o, come dicono gli atti degli Apostoli, ‘trafitto’: “All’udire le parole di Pietro si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: Che cosa dobbiamo fare, fratelli?” (At 2,37).

Questo è il significato delle parole di Gesù nel Vangelo: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato” (Lc 4,21). Gesù non solo annuncia che qualcuno verrà o che un giorno Dio porterà la liberazione ai prigionieri, ma è lui stesso la liberazione per i prigionieri. Lui stesso ridona la vista ai ciechi e rimette in libertà gli oppressi. Quando ascoltiamo questa Parola con fede e ci lasciamo raggiungere da essa, siamo liberati da tutte le nostre prigionie, i nostri occhi si aprono e superiamo quello che ci opprime, che ci rattrista, che ci chiude in noi stessi.

Possiamo allora chiederci come mai la Parola non ci raggiunga sempre in questo modo. Perché la lettura della Scrittura o del Vangelo, per esempio durante la liturgia, ci lascia indifferenti? Perché non ci sentiamo anche noi trafiggere il cuore come successe a coloro che ascoltavano Pietro?

Ce lo spiega il vangelo di oggi. Esso ci dice che il lieto annuncio è destinato ai poveri, la liberazione ai prigionieri, la vista ai ciechi e la libertà agli oppressi. Il nostro problema è che facciamo fatica a riconoscere il nostro bisogno di questo annuncio perché non accettiamo di essere poveri, prigionieri, ciechi, oppressi. Non abbiamo coscienza della nostra verità davanti a Dio, siamo autosufficienti, non accettiamo il nostro bisogno di Dio. Per questo non viviamo la stessa esperienza del popolo che piangeva nell’ascoltare questa parola, come ci è detto nella prima lettura. Non piangiamo nell’ascoltarla perché non le permettiamo di raggiungerci. In fin dei conti, il segreto per percepire la voce di Dio attraverso la lettura della Scrittura è l’umiltà: non appena riconosciamo il nostro bisogno di Dio, si aprono le orecchie del nostro cuore e siamo raggiunti dalla consolazione che Dio vuole donarci.




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