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  • Luigi Gioia

Continuare a giocare


Potrebbe sembrare incredibile nell'era dei voli a basso prezzo, ma non ho mai viaggiato in aereo fino all’età di 30 anni. Nel monastero benedettino nel sud-ovest della Francia, dove ho vissuto durante la maggior parte della mia giovinezza, ci era permesso di visitare le nostre famiglie solo occasionalmente, ogni due o tre anni, e solo per brevi periodi di tempo. In queste occasioni, l'unico modo per raggiungere il mio paese nel sud Italia, era un viaggio di 36 ore in treno - più o meno il tempo che ci vuole per volare in Nuova Zelanda oggigiorno!

Questo volo mi portò da Tolosa a Londra per la mia prima visita a Oxford, e ricordo che il giorno prima mi confessai doverosamente! Se l'aereo fosse precipitato -pensai allora- sarei morto “in stato di grazia”, come si soul dire. La maggior parte dei cristiani praticanti di oggi sorriderebbe di questo comportamento, ma durante i miei primi anni in monastero incontrai molti monaci e presbiteri più anziani per i quali assicurarsi di “morire in stato di grazia" era un’ossessione e pregavano costantemente per ottenere ciò che si chiamava la "perseveranza finale". Alcuni indossavano scrupolosamente il cosiddetto “scapolare della Madonna del Carmelo”, una specie di collana composta da due quadrati di tessuto marrone collegati da un filo, che rappresenta un abito religioso in miniatura. A chi è moriva indossando questo scapolare era promessa la “perseveranza finale”, cioè la garanzia di essere in stato di grazia nell'istante della morte e quindi di andare in paradiso. Dietro queste pratiche, c'era la convinzione che il nostro destino eterno dipende dalla nostra disposizione interiore nell’istante in cui moriamo. La lato positivo di questa idea è che per quanto imperfetta e persino peccaminosa possa essere stata la nostra vita, anche un atto di pentimento all'ultimo minuto ci ottiene il perdono da Dio. Questa convinzione, tuttavia, deriva anche dall'idea che per quanto virtuosamente le persone possano vivere, se hanno fatto qualcosa di peccaminoso appena prima di morire, vanno all'inferno.

I cristiani illuminati di oggi potrebbero aver placato questa specie di paranoia, ma molti ancora pensano che l'intero destino di una persona si decida in un dato istante della sua vita: per i cattolici è il momento della morte, per gli evangelici è l'istante della conversione.

Questa idea è pero errata sia dal punto di vista della nostra esperienza umana che della Scrittura.

Ci sono, ovviamente, momenti, eventi, decisioni, esperienze, che hanno un significato decisivo nella nostra vita, ma nessuno di essi ci definisce una volta per tutte perché ognuno di noi è una storia il cui significato può essere colto solo in riferimento all'intera narrazione. Sappiamo che non dovremmo mai giudicare le persone solo sulla base di un episodio, una loro reazione o un loro comportamento. Ecco perché conoscere le persone richiede tempo. È solo grazie a una familiarità costruita in un lungo periodo di tempo che iniziamo a conoscere veramente qualcuno e quindi diventiamo in grado di mettere in prospettiva gli occasionali fallimenti, i litigi, o i comportamenti scorretti anche più gravi. Quindi, anche se l'ultimo ricordo che ho di qualcuno che muore è spiacevole, questo non comprometterà la memoria che conservo di questa persona. Se noi siamo capaci di questa visione olistica riguardo alla vita degli altri, quanto più Dio!

Il modo in cui Dio si comporta con noi nella Scrittura conferma questa esperienza umana. Una delle metafore più comuni del modo in cui Dio si relaziona con il suo popolo è il viaggio. Ciò che conta non è dove qualcuno si trova in un dato momento, ma il cammino fatto, dove stiamo andando e il fatto che continuiamo a muoverci. Alcuni viaggi sono più lineari, altri sono sinuosi e visti dall'alto spesso danno l'impressione di non andare da nessuna parte finché non trovano di nuovo una direzione. Nei Vangeli, Gesù stesso è in continuo movimento, e invita i suoi discepoli a seguirlo, a camminare con lui. Ma anche quando non camminiamo con lui, lui rimane con noi.

Guardare la mia vita come una storia o come un viaggio mi aiuta a capire perché è fuorviante parlare di “stato di grazia” in un dato momento. Mi piace piuttosto vedere tutta la mia vita come "graziata" dalla compagnia di Dio, dalla convinzione che Dio è con me, ovunque io sia. Ciò significa che sono meno ansioso di sapere se sarò nella condizione ideale nell'istante in cui lascerò questo mondo (e tra parentesi adesso non sento più di dovermi confessare ogni volta che devo andare in aereo da qualche parte!). Mi piace molto un episodio della vita di san Luigi di Gonzaga a cui un giorno, mentre giocava con altri giovani gesuiti, fu chiesto cosa avrebbe fatto se qualcuno gli avesse detto che sarebbe morto nei successivi 10 minuti. La sua risposta fu semplicemente: "Continuerei a giocare".




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