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  • Luigi Gioia

Dalla colpevolezza alla consapevolezza

Riusciamo nei nostri studi, nel nostro lavoro e in tutti i nostri sforzi solo preservando lo slancio, il senso del traguardo e la fiducia. Lo stesso vale per la vita cristiana. Il periodo liturgico dell'Avvento ci ristora proprio perché riaccende il nostro slancio spirituale ricordandoci che stiamo viaggiando verso un Dio che non ci sta solo aspettando, non arriverà solo in una data che nessuno conosce, ma continua ad arrivare in noi in ogni momento. Le ultime parole di Gesù nel Nuovo Testamento sono "Sì, vengo presto" (Ap 22,20). Trasmettono non solo la sua intenzione di venire a un certo punto della storia, ma anche e soprattutto l'urgenza, l'entusiasmo con cui vuole essere parte della nostra esistenza già ora.

Il vangelo di Marco ci mette in guardia contro una forma di assopimento che ostacola questo slancio, ci impedisce di accogliere questo 'avvento', o 'venuta': "Fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati" (Mc 13, 36). Il sonno è necessario per funzionare come esseri umani, ma la sonnolenza può essere fatale se si manifesta quando guidiamo o mentre facciamo cose che richiedono la nostra completa attenzione, come per un chirurgo durante un'operazione. Più semplicemente, se ci addormentiamo mentre guardiamo un film, ne perdiamo la trama.

Perdiamo la trama della nostra esistenza a causa del torpore spirituale causato dall'accelerazione del ritmo della vita, dal flusso incessante dei doveri quotidiani, dal bisogno compulsivo di compensare la nostra stanchezza abbandonandoci alla varietà infinita di distrazioni che la tecnologia mette a nostra disposizione. Possiamo andare avanti per giorni, settimane, mesi senza mai alzare lo sguardo per ampliare il nostro orizzonte, per controllare che stiamo andando nella giusta direzione, per ritrovare il senso del traguardo che è l'unica fonte costante di energia e immaginazione in qualunque cosa proviamo a realizzare.

L'invito di Gesù a stare all'erta, quindi, significa che dovremmo prendere coscienza di questi meccanismi non perché siano peccaminosi, ma a causa della loro capacità di monopolizzare la nostra mente, neutralizzare i nostri cuori, indebolire le nostre relazioni e impedirci di riconoscere e accogliere la costante venuta del Signore, la sua presenza e azione dentro di noi e al nostro fianco.

Questo invito, tuttavia, invece di generare slancio può spesso essere causa di ansia, soprattutto quando sentiamo Gesù paragonare la nostra situazione con la relazione di alcuni servi con un padrone che è andato via per un periodo ma giungerà all'improvviso e quando meno ce lo aspettiamo (Mc 13, 34ff). Ora, sarebbe sbagliato interpretare questo invito credendo che Gesù sia assente e che ci inviti a fare affidamento sulla nostra ansia e paura come motivazioni per compiere i nostri doveri. Dio non è mai assente! Proprio nel momento in cui ascende al cielo, Gesù promette: "Io sono con voi fino alla fine del mondo" (Mt 28,20) e il suo nome è Emmanuele, cioè "Dio con noi" (Mt 1,23). Qui risiede una delle principali tentazioni della chiesa: comportarsi come se Dio fosse assente e se la continuazione del cristianesimo dipendesse dalle nostre istituzioni, dalle nostre regole e dalla nostra capacità di farle rispettare. Ma qui sta anche una delle principali tentazioni della vita spirituale tout court: pensare, come dice Isaia, che Dio "ci nasconda il suo volto" e che ci abbia "consegnati alla nostra colpa" (Is 64,6), colpa che ci fa “appassire come foglie” e “ci porta via come il vento” (Is 64,5). Il senso di colpa, l'ansia, la paura non potranno mai renderci migliori cristiani, non potranno mai sostenere la nostra vita spirituale. A volte potrebbero impedirci di fare del male, ma ci rendiamo presto conto che è al prezzo di permettere che l'ipocrisia o forme di nevrosi individuali e istituzionali si insinuino sotto la superficie e ci condizionino.

Una vita spirituale sana smaschera e sgonfia questa ansia e sostituisce dolcemente la colpevolezza con la consapevolezza: “Se solo fossimo consapevoli delle tue vie” (cf. Is 64.4). Con un Dio che è con noi, che costantemente anticipa ogni moto del nostro cuore, dalla cui venuta dipendiamo “per la nostra vita, il nostro movimento e il nostro essere” (Atti 17.28), consapevolezza significa saper rispondere e corrispondere. La nostra attenzione, la nostra prontezza, la nostra vigilanza sono in grado di percepire i modi infinitamente delicati in cui Dio continua a visitarci solo se rispondono alla sua iniziativa, solo se accolgono il suo avvento. In fin dei conti, l'unico antidoto efficace all'ansia e alla colpevolezza è credere veramente alla presenza di Dio al nostro fianco e aggrapparsi a lui (cfr Is 64,6). La sola speranza di riuscire a gestire le patologie della nostra vita spirituale consiste nell’esporle all'amore del Padre che pazientemente pacifica e ripara il nostro cuore: “O Signore, tu sei nostro Padre; noi siamo l'argilla e tu il vasaio: siamo tutti opera delle tue mani ”(Is 64,7).




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