• Luigi Gioia

Dante e la commedia della nostra vita. Avvento 2021

Updated: Nov 28, 2021

"Dante ci insegna a vedere la storia e la nostra vita come una commedia".

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Dante, "Divina Commedia", Paradiso, Canto 21

  Già eran li occhi miei rifissi al volto
  de la mia donna, e l’animo con essi,
  e da ogne altro intento s’era tolto.

  E quella non ridea; ma «S’io ridessi»,
  mi cominciò, «tu ti faresti quale
  fu Semelè quando di cener fessi. [...]

  E io incominciai: «La mia mercede
  non mi fa degno de la tua risposta;
  ma per colei che ’l chieder mi concede,

  vita beata che ti stai nascosta
  dentro a la tua letizia, fammi nota
  la cagion che sì presso mi t’ha posta;

  e dì perché si tace in questa rota
  la dolce sinfonia di paradiso,
  che giù per l’altre suona sì divota».

  «Tu hai l’udir mortal sì come il viso»,
  rispuose a me; «onde qui non si canta
  per quel che Bëatrice non ha riso.

  Giù per li gradi de la scala santa
  discesi tanto sol per farti festa
  col dire e con la luce che mi ammanta;

  né più amor mi fece esser più presta,
  ché più e tanto amor quinci sù ferve,
  sì come il fiammeggiar ti manifesta.

  Ma l’alta carità, che ci fa serve
  pronte al consiglio che ’l mondo governa,
  sorteggia qui sì come tu osserve».


Eccoci all'inizio dell'Avvento, quando ancora una volta la liturgia è satura di un misto di presentimento e di attesa per il giorno della venuta di Gesù e ci supplica di stare in guardia, vigilare, stare attenti. Mi piace molto questo "State attenti!". Ci richiede di essere consapevoli, vigili, presenti, attivi, coinvolti, determinati e soprattutto, direi, di impiegare la nostra immaginazione.

Immaginazione, si, ma come? L’avvincente risposta di Gesù è: impara a osservare davvero le cose di ogni giorno, ciò che ci circonda, ciò che a malapena notiamo, diamo per scontato: 'Osservate bene l'albero del fico e anche tutte le altre piante. Quando vedete che mettono le prime foglioline, voi capite che l'estate è vicina” (Lc 21,29).

I segreti di Dio, la verità sul nostro destino, il modo giusto di affrontare il mistero della volontà di Dio, di percepire il disegno di Dio sull'umanità: questi interrogativi richiedono la capacità di lasciarsi sorprendere e meravigliare, fanno appello alla nostra curiosità, alla nostra inventiva per cercare gli innumerevoli, spesso inaspettati modi in cui la presenza e l'amore di Dio saturano ogni aspetto della nostra vita quotidiana, che si tratti delle foglie di un albero o del sorriso della persona amata.

Il brano della Commedia dantesca che abbiamo appena ascoltato, inizia così: “Già eran gli occhi miei rifissi al volto della mia donna”, e la maggior parte di questo affascinante 21° canto del Paradiso ruota attorno all'improvvisa scomparsa del sorriso sul volto di questa donna, che, come sappiamo, è Beatrice, la ragazza di cui Dante si era innamorato in gioventù, con la quale avrà parlato forse appena due volte in vita sua, che morì quando entrambi erano ventenni, e alla quale conferì l'immortalità adottandola come sua musa ispiratrice.

La cosiddetta Divina Commedia non è “divina” affatto – o, se si vuole, è altrettanto “divina” quanto gli inviti di Gesù a osservare le foglie degli alberi. Siamo fuorviati dalla grandiosa architettura della Commedia, dalla formidabile erudizione che racchiude, dalla sua inquietante ambientazione: inferno, purgatorio, paradiso; dai suoi personaggi: dannati, demoni, angeli, santi, Dio. Se non siamo appassionati di teologia o nutriamo scetticismo sulle proiezioni umane che dipingono un aldilà pieno di sadismo e di beatitudine rarefatta, comprensibilmente potremmo esitare a tuffarci nel capolavoro di Dante, soprattutto nella sua ultima parte, il Paradiso, che spesso – e quanto a torto!- consideriamo noiosamente esoterico. Quante volte ho sentito dire che l'Inferno di Dante sarebbe molto più coinvolgente: almeno lì troviamo passioni, tragedie, vizi, affari, omicidi - a questo possiamo relazionarci! Non ultimo, che cosa ci facciamo di uno sforzo così stravagante per visualizzare l'inferno, il purgatorio e il paradiso.

La verità è che né Dante né nessuno dei suoi contemporanei hanno mai pensato di prendere la Commedia come 'divina', come un'opera apologetica, come una rappresentazione letterale di come potrebbero essere l'inferno, il purgatorio e il paradiso. In realtà, questa è un’opera che apprezziamo davvero solo quando ci rendiamo conto che non parla dell'aldilà, ma del ‘di qua”, cioè di questa vita, della commedia che è questa vita. E, comunque, l’opera di Dante è una "commedia" perché ha prima di tutto lo scopo di farci pensare intrattenendoci e divertendoci.

Se fosse un tentativo di descrivere l'aldilà, sarebbe poco divertente, arrogante, persino blasfemo da un punto di vista cristiano. Invece, proprio perché è 'solo' una commedia, e nella misura in cui la sua unica ambizione è quella di descrivere questo mondo, i nostri amori, le nostre passioni, i nostri odi, la nostra politica, la nostra sessualità, in questo senso è un modello di straordinaria immaginazione» – e, proprio per questo, davvero può avvicinarci a Dio. La Commedia diventa uno dei modi per accogliere l'invito di Gesù a osservare le foglie degli alberi, a riconoscere la venuta di Dio qui e ora.

E infatti la Commedia di Dante è permeata da un senso profondo della natura misteriosa della volontà di Dio. Come la maggior parte degli italiani, ho letto la Commedia a scuola tra i 15 e i 18 anni. A quell'età, devo ammettere, non posso dire di averla capita, ma curiosamente molto presto una frase mi colpì e da allora è restata impressa nella mia memoria, anche perché è espressa in un italiano squisito: “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare”. Dante è perennemente sconcertato dal modo in cui Dio agisce nella storia e nella propria tragica vita – come appare nel brano che abbiamo appena letto: “Fammi nota la cagion” per la quale Beatrice non sorride più, o il motivo per cui in questa sfera tace "la dolce sinfonia di paradiso", o ancora perché questa ragazza morta da tempo, questo amore di giovinezza, abita ancora in ciascuno dei miei desideri, pensieri, sospiri, speranze, e rime.

L'elenco delle cose a cui non riusciamo a dare un senso nella nostra vita e nel nostro mondo è esasperatamente lungo. E la nostra frustrazione è aggravata da un Dio che sembra trascorrere la maggior parte del suo tempo nascosto: è forse riluttante o distratto; è impotente o è solo indifferente? Quando e come realizzerà finalmente ciò che ha promesso – quello che Gesù chiama “il Regno di Dio”, cioè l'atto attraverso il quale cambierà la storia un volta per sempre? A Dante viene detto ripetutamente “piu non dimandare” – ma per nostra fortuna lui continua caparbiamente a chiedere, cercare, interrogare. E il fascino duraturo della sua Commedia viene dal modo in cui lo fa: osservando le foglie degli alberi, con un attenzione instancabile, spesso dolente, bruciante e sempre straordinariamente acuta, nei riguardi del pensare, il vivere, l’amare, il tradire, l’odiare, il fare guerra, il disperare, lo sperare.

Penso che la sua lezione più importante risieda proprio in questo. Dante ci insegna a vedere la storia e la nostra vita come una commedia. Ci prendiamo troppo sul serio. Non dobbiamo mai dimenticare che durante tutta la nostra vita siamo su un palcoscenico: recitiamo narrazioni dettate dalla nostra educazione, dalla nostra appartenenza sociale, dalle aspettative degli altri su di noi. Crediamo di essere liberi agenti, ma in realtà siamo attori che interpretano la parte loro assegnata. Tanti degli aspetti della nostra vita che ci sembrano così reali, così vividi, che ci commuovono, ci fanno ridere e piangere, contengono ampi elementi fittizi Ce ne accorgiamo davvero solo quando li osserviamo dal punto di vista delle ‘cose ultime’. È per questo che la commedia dantesca è ambientata in inferno, purgatorio e paradiso.

Questo credo sia ciò che Gesù intenda con il suo attraente invito a osservare le foglie degli alberi – ed è questa la ragione per la quale abbiamo bisogno della letteratura, e soprattutto della poesia: ci rivelano la trama della commedia che è la nostra vita, compresa la parte che Dio gioca in essa. Non conosciamo ancora quale ne sarà la conclusione, ma sappiamo che c'è un copione. I ruoli che interpretiamo, i sentimenti che proviamo, le nostre tragedie e i nostri momenti di felicità sono reali, ma per dare loro un senso dobbiamo attendere la fine dello spettacolo.

Ignoriamo come finisca la commedia, se non una cosa sola, cioè che finisce bene, perché finisce con Dio, perché Dio ha l'ultima parola, o meglio, ce l’ha il suo amore - nelle parole di Dante: “l’alta carità, che ci fa serve pronte al consiglio che il mondo governa”.




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