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  • Luigi Gioia

Eureka

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La descrizione degli eventi riguardanti l'omicidio di Gesù fornita dai discepoli di Emmaus potrebbe servire come preambolo per un giallo: un personaggio intrigante ("un profeta potente in opere e parole") condannato a morte in circostanze tumultuose, un intrigo politico, una rivolta popolare contro il dominio romano stroncata sul nascere - e quando tutti ancora faticavano a riprendersi dalla brutalità del modo in cui l'omicidio era stato orchestrato ed eseguito, il cadavere scompare dalla tomba, e storie inverosimili cominciano a circolare, compresi riferimenti a visioni di angeli.

Forse ho letto troppe storie di Conan Doyle durante la quarantena, ma non posso fare a meno di pensare che l'aura apparentemente soprannaturale che circonda questo omicidio susciterebbe subito l'interesse di Sherlock Holmes. Laddove discepoli in lutto sentono il bisogno di invocare misteri e eventi inspiegabili, la mente oggettiva e indagatrice e’ sicura che ci deve essere una spiegazione razionale.

Il riferimento a Sherlock Holmes riguardo alla risurrezione è meno scherzoso di quanto si possa pensare. Le storie di Conan Doyle hanno divulgato un approccio positivista alla realtà e alla storia in base al quale la verità può essere accertata solo se i fatti sono rigorosamente isolati dai valori. A differenza dei fatti, i valori (e la fede nella risurrezione qui conta come valore) non possono essere dimostrati veri o falsi da un’indagine scientifica e quindi non dovrebbero essere presi in considerazione. La possibilità che qualcuno possa essere ancora vivo dopo una morte accertata e quindi indubbia non sarà mai considerata una possibilità seria, quale che sia il numero di testimoni disposti a testimoniarlo.

La mentalità positivista, tuttavia, non è l'unica che fatica a dare un senso agli eventi che seguirono l'omicidio di Gesù. Perfino quelli che erano stati discepoli di Gesù, avevano assistito ai suoi miracoli, credevano che fosse lo strumento di una speciale azione divina, erano perplessi e confusi. Sostenevano di aver visto Gesù vivo, ma proprio come i discepoli di Emmaus, nonostante lo avessero conosciuto intimamente prima della sua morte, non erano in grado di riconoscerlo. Il Signore risorto può essere fisicamente presente e tuttavia non è visibile allo stesso modo di qualsiasi altra realtà di questo mondo.

Questo è ciò che capiamo prestando attenzione al modo in cui si fa riconoscere dai discepoli di Emmaus. Questa pagina del Vangelo ci insegna che l'accesso a qualunque cosa la risurrezione significhi dipende da due fattori: l’ardore del cuore e l'apertura degli occhi.

Sherlock Holmes ovviamente resterebbe scettico: i sentimenti sono notoriamente inaffidabili. Il nostro cuore puo’ ardere - è un'esperienza religiosa ben attestata - ma non possiamo mai essere certi di cosa stiamo provando e di perché. I sentimenti devono sempre essere interpretati - e specialmente durante l'ultimo secolo siamo diventati consapevoli della misura in cui questa interpretazione può essere influenzata dalle pulsioni inconsce e dalla pressione del gruppo. Conosciamo il fenomeno dell'illusione collettiva: quando le persone hanno paura o sono traumatizzate possono sentire e credere qualsiasi cosa. La capacità umana di autoillusione è illimitata.

È interessante notare che i Vangeli della Resurrezione non sembrano molto preoccupati di dissipare il sospetto di auto-illusione collettiva. Non presentano una versione ordinata e coerente dei fatti che circondano la risurrezione e lasciano la porta aperta a una varietà di interpretazioni.

Allo stesso tempo, mentre sono disposti a riferire onestamente l'ambiguità dei fatti che circondano la tomba vuota, i Vangeli non ci lasciano solo con l'opzione dei sentimenti.

Da un lato, sì, Gesù risorto fa sentire la sua presenza attraverso la sua pace e la sua gioia - al punto che il cuore arde - e questo non dovrebbe essere scartato.

D'altra parte, il Vangelo testimonia che i sentimenti hanno senso solo sulla base dell'apertura dei nostri occhi: i discepoli di Emmaus hanno capito il significato dell’ardore del loro cuore solo dopo aver visto qualcosa che rivestiva un significato particolare per loro.

Niente di straordinario qui. Anche nella nostra esperienza quotidiana, le cose possono rimanere a lungo sotto il nostro naso senza che noi le vediamo - ma a un certo punto iniziano inaspettatamente a significare qualcosa. Descriviamo questo momento come una "realizzazione", un’ "illuminazione", un "Eureka": improvvisamente troviamo la soluzione di un problema incomprensibile o di una situazione disperata.

L’Eureka per i discepoli è stato l’atto di spezzare il pane: ci viene detto che quando Gesù compì questo gesto molto semplice, normale, quasi banale, i loro occhi si aprirono. In quell'istante Gesù scompare perché non hanno più bisogno di vederlo fisicamente per sapere che è ancora vivo e che è lì con loro.

Ora, se temiamo che l’atto di spezzare del pane sia troppo poco scientifico per condurre ad un Eureka, siamo in buona compagnia. Dopotutto, l’Eureka risultò da un bagno caldo per Archimede, dalla caduta di una mela per Newton, dai remi di una barca per la settima sinfonia di Mahler. È affascinante ciò che esce fuori quando si cerca “Eureka” su Google…

Il fattore chiave che tuttavia le persone spesso dimenticano riguardo all’Eureka è che richiede un lungo, paziente e spesso faticoso lavoro previo.

Louis Pasteur ha affermato che "la fortuna favorisce la mente preparata". Se Archimede e Newton non avessero condotto per decenni incessanti ricerche nei loro rispettivi campi, non sarebbero mai stati predisposti percogliere la soluzione quando essa si presentò a loro.

Allo stesso modo, l’Eureka della fede nella risurrezione è preparato da un lungo e paziente lavoro di interpretazione delle Scritture, che è espresso narrativamente nel nostro passaggio quando si dice che “a partire da Mosè e da tutti i profeti, Gesù spiegò loro tutto ciò che si riferiva a lui in tutte le Scritture”.

La fede nella risurrezione non è solo un sentimento, ma si basa su argomenti, testimoni, interpretazioni, spiegazioni, ascolto, domande, dubbi.

Eppure, proprio come con gli altri famosi Eureka della storia, non è il semplice risultato di una conclusione logica, di un'interpretazione intelligente. La fede nella risurrezione ha bisogno di un’occasione, di un catalizzatore, di qualcosa che all'improvviso dà una forma coerente a tutti i frammenti del puzzle restati sparsi e sconnessi fino a quel momento.

Come abbiamo visto, per i discepoli di Emmaus questo momento fu lo spezzare del pane - e, cosa interessante, il Vangelo non fornisce alcuna spiegazione su come e perché questo segno sia così eloquente.

La ragione di questa omissione è semplice: l'unico modo di comprendere non è cercare una spiegazione ma prendere parte allo spezzare del pane a nostra volta. C'è qualcosa in questo gesto che parla da se.

Se vogliamo avere o rinnovare o approfondire il nostro Eureka riguarda alla fede nella risurrezione, non dobbiamo fare un bagno né aspettare sotto un melo, ma spezzare il pane nelle nostre celebrazioni eucaristiche .

Questo è il motivo per cui l'ultimo desiderio di Gesù prima della sua morte fu che i suoi discepoli continuassero a spezzare il pane "in memoria di lui".

Per aprire gli occhi del nostro Sherlock Holmes il Vangelo non ricorre ad una prova empirica della risurrezione ma ad un simbolo ripetuto amorevolmente in memoria di chi è Gesù e del modo in cui la fede in lui cambia la storia.

Spezzare il pane per condividerlo crea un legame tra coloro che se ne nutrono - tutti coloro che mangiano questo pane sono uniti in una comunità impegnata a servire e nutrire ogni persona umana nel mondo, di prossimo in prossimo, un prossimo alla volta. Come dice l'apostolo Giovanni. "Solo il vostro amore reciproco permetterà al mondo di aprire gli occhi e di riconoscere che siete miei discepoli" (Giovanni 13,35).




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