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  • Luigi Gioia

Il linguaggio del cuore

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L'antica festa ebraica della Pentecoste era, tra le altre cose, una celebrazione della legge. Il popolo di Israele considerava la legge come un dono, anche se osservarne i comandamenti, come possiamo immaginare, non era facile per loro allora come non lo è per noi oggi.

Per questo Dio annuncia al popolo una nuova Pentecoste, cioè il dono di una nuova legge, questa volta non più scritta su tavole di pietra come avvenne con Mosè, ma direttamente nei cuori di ciascuno di noi: "La scriverò nei loro cuori" (Ger 31,33).

Questa promessa si realizza quando Dio invece di darci semplici istruzioni invia il suo stesso Spirito nei nostri cuori. A partire dal momento in cui riceviamo questo dono non dipendiamo più da regole e leggi esteriori per svolgere il nostro ruolo nel disegno di salvezza del Padre. Siamo invece invitati a cercare in noi il desiderio di aderire alla volontà del padre come lo faceva Gesù stesso, cioè spontaneamente, liberamente, con trasporto.

Grazie al dono dello Spirito siamo in grado di desiderare ciò che Dio vuole non per obbligo ma perché abbiamo fiducia in lui, non per timore come farebbero dei servitore, ma affidandoci a lui come fanno dei figli. Sappiamo che non potremo mai corrispondere al suo amore, ma possiamo ora contare sul suo Spirito per fare del nostro meglio.

Perché’ comunque anche con lo Spirito non siamo perfetti – possiamo solo ‘fare del nostro meglio’, senza lasciarci abbattere dalla nostra debolezza. Il Padre infatti non ci forza, ma delicatamente risveglia in noi il desiderio di crescere nella fedeltà. La sua misericordia ci permette di non temere più le nostre debolezze, di non aver paura dei nostri fallimenti e persino dei nostri peccati. Capiamo finalmente che il dono che ci da oggi è quello di un amore capace di superare tutti gli ostacoli non solo nella nostra relazione con il Padre ma anche tra di noi.

La novità che tutto questo rappresenta è simboleggiata specialmente da uno dei segni che accompagnano la venuta dello Spirito, vale a dire il dono delle lingue.

La vera comunicazione non dipende dalla capacità di parlare molte lingue. I maggiori equivoci si verificano tra coloro che condividono la stessa lingua. Parlare lingue diventa un segno della presenza dello Spirito perché significa che siamo in grado di comunicare con gli altri usando il linguaggio universale dell’amore. Quando i missionari raggiungono un popolo nuovo non si limitano ad impararne la lingua per potergli predicare il Vangelo. Ancora prima di parlare la lingua di questo popolo i missionari cominciano a condividere la sua vita quotidiana, mangiando il suo cibo, adottando le sue abitudini - perché è così che parliamo davvero la lingua degli altri: non solo esprimendoci usando le loro stesse parole, ma imparando a capire la loro sensibilità, percependo i loro valori, diventando parte delle loro comunità.

Possedere il dono delle lingue è quindi un’immagine per esprimere il dono di una autentica empatia, cioè la capacità di sentire cosa provano gli altri. Questa empatia è una delle forme più profonde dell’amore autentico – quello che appunto lo Spirito Santo ci dona o, meglio che lo Spirito Santo è. Nella vita di Dio, lo Spirito Santo è il legame tra il Padre e il Figlio, li unisce, "li rende una cosa sola". Come lo fa con Dio, lo fa con noi: ci rende una cosa sola con Dio e gli uni con gli altri.

È questo il modo nel quale lo Spirito Santo sostituisce le leggi esteriori: "L'amore di Dio è stato riversato nei vostri cuori attraverso lo Spirito Santo che vi è stato dato" (Rom 5,5). Il nuovo modo di essere in relazione con Dio e tra di noi non può più limitarsi semplicemente a delle regole di comportamento esteriore – non ci basta più semplicemente di “sentirci in regola”, impariamo piano a piano a crescere in empatia, generosità, gentilezza, pazienza.

Ricevere il dono delle lingue, quindi, significa che Dio ci insegna il più bello, il più universale, il più irresistibile di tutti i linguaggi: il linguaggio del cuore. Paolo lo conferma: "Se parlo tutte le lingue degli uomini o degli angeli, ma non parlo il linguaggio del cuore emetto solo dei suoni vuoti e fastidiosi, come il frastuono di un gong" (cf. 1 Cor 13,1).

Nessuna delle nostre competenze umane o delle nostre conoscenze otterrà mai nulla se non ci lasciamo guidare dall’amore che Paolo descrive con queste parole:

“L'amore pazienta e vuole bene. L’amore non invidia, non si vanta, non è arrogante, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira e non tiene conto del male ricevuto. L’amore non commette ingiustizie, ma si rallegra della verità. L’amore scusa sempre l’altro, sceglie sempre la fiducia e la speranza in tutto. Per amore si sopporta tutto. "(1 Cor 13,4-7).

Parlare in lingue significa dunque diventare esperti nel parlare il linguaggio dell’amore, diventare capaci di superare qualsiasi ostacolo nei rapporti umani con la forza della dolcezza, dell’attenzione all’altro, imparando a capire l’altro dal di dentro. In questo consiste la libertà dei figli di Dio, la libertà di amarci e perdonarci tra di noi come il Padre stesso ci ama e ci perdona. Questa è la sola legge dei cristiani.




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