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  • Luigi Gioia

Il suono del silenzio

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Nell'indimenticabile canzone The Sound of Silence di Simon & Garfunkel, il titolo evoca sogni irrequieti, solitudine, incapacità di comunicare: Persone che parlano senza dire nulla, persone che odono senza ascoltare.

Siamo essenzialmente esseri sociali: per vivere, pensare, crescere abbiamo bisogno di parlare, giocare, spettegolare, anche litigare con altre persone. Proprio come non è bene che un essere umano sia solo (Genesi 2,18), così è nocivo per noi essere isolati, privati ​​dello stimolo insostituibile che riceviamo da voci, suoni e persino rumori.

Quando penso al suono del silenzio, però, ho in mente un'altra esperienza.

Per quasi 30 anni ho vissuto in monasteri in cui il silenzio non era percepito come una mancanza ma abbracciato come uno spazio di quiete nel quale diventare più consapevoli di se stessi, degli altri e di Dio.

Con il tempo, mi sono reso conto che è letteralmente possibile sentire il silenzio. Non il silenzio accidentale di spazi vuoti, ma il silenzio rispettoso e amorevole di persone desiderose di sostenersi a vicenda per creare uno spazio di pace, accoglienza e consapevolezza di sé.

Nel monastero tutto taceva ma non mi sentivo solo.

Questo mi ha aiutato a non aver paura di sostenere questo silenzio a lungo abbastanza da riuscire a familiarizzarmi con esso.

Quando abbracci il silenzio, il treno dei tuoi pensieri rallenta e inizi a pensare più chiaramente alla tua vita, alle tue scelte, alle tue aspettative. Inizi a notare cose che sono sfuggite alla tua attenzione fino a quel momento, apprezzi la natura che ti circonda.

Il silenzio non è più assenza ma diventa una forma di presenza – un modo di essere presente al mondo.

Comunichiamo davvero solo imparando a tacere a lungo abbastanza da creare uno spazio in cui gli altri si sentono ascoltati e possono aprirsi con noi.

Il silenzio allora diventa uno dei volti dell'amore.




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