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  • Luigi Gioia

Istruiti da dentro

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"Ciò che la Gesù afferma è talmente tanto inaudito, scandaloso, inverosimile, impossibile da credere, che nessun argomento umano sarà mai convincente abbastanza per indurci a credere".

1 Re 19,4-8; Sal 34,2-3.4-5, 6-7.8-9; Ef 4,30—5:2; Gv 6,41-51


Quando Gesù dichiara “Io sono il pane disceso dal cielo” (Gv 6,41), incontriamo incredulità e mormorazione da parte di coloro che lo stanno ascoltando. Ha appena compiuto un miracolo tale che è difficile capire come si possa contestare la sua autorità. Ma si tratta di un dato che riscontriamo spesso nel Nuovo Testamento: anche vedere Gesù in persona, ascoltarlo, assistere i suoi miracoli non basta per condurre automaticamente alla fede. Per questo, nel centro del vangelo di oggi sentiamo Gesù dichiarare: Sta scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio (Gv 6,45). Ogni volta che troviamo isolatamente la parola ‘Dio’ nel Nuovo Testamento, generalmente è per designare il Padre. Quindi, di fronte all’incredulità e alla mormorazione dei suoi uditori, Gesù dichiara che hanno bisogno di essere istruiti dal Padre.

C’è un’istruzione che solo il Padre può dare, per mezzo dello Spirito Santo che è stato mandato nei nostri cuori. In ciò abbiamo una manifestazione della vita trinitaria nella chiesa. Gesù ha parlato, si è manifestato, si è fatto vedere e toccare dai suoi contemporanei, continua a parlare per mezzo dei suoi inviati, ma questa istruzione non è sufficiente. Ne è necessaria ancora un’altra che viene dal Padre per mezzo dello Spirito Santo.

Certo, la lettera ai Romani dichiara che la fede viene a partire dall’udito (Rm 10,14), quindi dalla predicazione della Parola, ma occorre ancora la presenza viva dello Spirito Santo nei nostri cuori che suscita questa fede in risposta alla Parola annunciata. Infatti ciò che questa Parola afferma è talmente tanto inaudito, scandaloso, inverosimile, impossibile da credere, che nessun argomento umano sarà mai convincente abbastanza per indurci a credere. Sarà sempre necessario essere istruiti dal di dentro, dal Padre per mezzo dello Spirito Santo. Nessuno viene a me se il Padre non lo attira (Gv 6,44), dice Gesù nel vangelo di Giovanni e in un altro passaggio aggiunge Le verità che io vi dico sono troppo pesanti da portare, ma verrà lo Spirito Santo che vi introdurrà nella verità tutta intera (Gv 16,12-13).

Ed effettivamente abbiamo bisogno di questa istruzione di Dio, di essere attirati dal Padre, di essere introdotti nella verità dallo Spirito, quando sentiamo Gesù dichiarare: Il pane che io vi darò è la mia carne per la vita del mondo (Gv 6,51). Non è sorprendente che gli uditori di Gesù siano rimasti sconcertati. E lo saranno ancora di più quando, poco dopo, lo sentiremo dichiarare ancora: Se uno non mangia la mia carne, non potrà avere la vita (Gv 6,53).

Come comprendere queste parole? Va notato prima di tutto che Gesù non intende dire che bisogna mangiare lui in quel momento, mentre sta parlando alle folle. Sta parlando al futuro: Il pane che io darò, è la mia carne per la vita del mondo (Gv 6,51). Questa frase si applica al corpo di Gesù risorto. Solo dopo la risurrezione può darci il suo corpo in nutrimento, esattamente come solo allora può essere ovunque allo stesso tempo e attraversare le porte, perché il suo corpo è diventato spirituale e vivificante. Cibandoci del suo corpo siamo uniti a lui, inseriti in lui.

Va poi notato che se in alcune frasi del vangelo di oggi Gesù parla di mangiare il suo corpo e bere il suo sangue, ad un certo punto afferma molto significativamente: Chi mi mangia (Gv 6,54). Non si tratta di mangiare o bere una parte di Gesù, ma di assimilare tutto quello che Gesù diventa dopo la risurrezione, cioè spirito che da vita (1 Cor 15,45). Del resto la parola ‘carne’ nel vangelo di Giovanni, non designa solo un aspetto di Gesù, ma tutta la sua persona, come appare nella frase del Prologo: Il verbo si è fatto carne (Gv 1,14). ‘Carne’ indica tutto quello che Gesù è diventato attraverso il mistero della sua condiscendenza, scendendo tra di noi, diventando uno di noi. Allo stesso modo, la parola ‘sangue’ in tutta la Bibbia (Antico e Nuovo Testamento) vuol dire ‘vita donata in sacrificio’. Quindi si possono tradurre le parole di Gesù: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue che io darò (Gv 6,54) con “Chi assimila tutto il mio essere diventato Spirito che dà vita, avrà la vita eterna”, e ancora “Chi accoglie la mia vita donata in sacrificio avrà la vita eterna”.

Anche dopo queste spiegazioni resta però una domanda: perché ricorrere a questo simbolismo così sconcertante come quello di mangiare carne e bere sangue? La risposta è che ciò che mangiamo diventa una parte di noi, entra con noi in una unità completa. Dobbiamo dunque leggere in questa frase una indicazione dell’unità che Gesù vuole stabilire con noi, anche se nell’eucarestia è piuttosto il contrario che si produce. Mentre ciò che mangiamo diventa una parte di noi, nell’eucarestia siamo noi che diventiamo ciò che mangiamo. Quando ci cibiamo dell’eucarestia diventiamo un solo corpo con Cristo e gli uni con gli altri. L’unità con Cristo è tale che diventiamo figli nel Figlio e a titolo di figli entriamo nella vita trinitaria.

Notiamo infine quali siano i risultati dell’unione con Cristo alla quale accediamo ‘mangiando il suo corpo e bevendo il suo sangue’: Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e io lo risusciterò nell’ultimo giorno (Gv 6,54). Poi Gesù aggiunge: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui (Gv 6,56). E infine: “Come il Padre che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mi mangia, vivrà per me (Gv 6,57). Poiché mangiare il corpo di Cristo e bere il suo sangue è diventare una cosa sola con la sua esistenza di Risorto, il risultato è che così già risorgiamo con lui, già abbiamo la vita eterna, già è depositata in noi una medicina di immortalità, un antidoto contro la morte. Già adesso lui dimora in noi, una relazione inseparabile si stabilisce tra noi a lui, al punto che possiamo dichiarare con Paolo: Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (Gal 2,20).








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