Search
  • Luigi Gioia

La roccia della nostra debolezza



Non dimenticherò mai lo sgomento che provai un giorno circa 15 anni fa quando passando davanti ad una chiesa a Londra decisi di entrarvi per un tempo di preghiera. Vi era una celebrazione eucaristica in corso e proprio nell’istante in cui aprii la porta udii il celebrante predicare e pronunciare questa frase: “Il sacrificio di Cristo sarebbe bloccato nel passato se non fosse per il potere del sacerdote di renderlo presente per mezzo dell’eucaristia”. Questa dichiarazione mi costernò a tal punto che appena la sentii lasciai quella chiesa immediatamente. L'espressione "il sacrificio di Cristo" in questa frase comprende tutto ciò che il Figlio di Dio è venuto a compiere diventando uno di noi: la sua capacità di toccare i nostri cuori, di permetterci di chiamare Dio Padre e di agire nella storia in maniera decisiva. Secondo questo presbitero, se non fosse per il potere dei ministri ordinati nella chiesa, tutto questo non potrebbe raggiungerci.

Non è questo il significato del passaggio cardine del Vangelo di Matteo solitamente chiamato "la confessione di Cesarea"? In questa occasione, quando Pietro proclamò "Tu sei il Messia, il Figlio del Dio vivente", Gesù lo ricompensò con quattro promesse: la chiesa sarebbe stata edificata sulla roccia della confessione di Pietro, nessun potere sulla terra avrebbe prevalso contro di essa, Pietro avrebbe ricevuto le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che Pietro avrebbe legato o sciolto sulla terra sarebbe stato legato o sciolto in cielo (Mt 16,16-19).

Come interpretare queste promesse? Vogliono forse dire che Gesù consegna la sua autorità e il suo potere a Pietro, cioè ai ministri ordinati della Chiesa? O che la mediazione del sacerdozio è necessaria nel cristianesimo proprio come lo era nell'Antico Testamento? Sono forse queste promesse una conferma della frase che ho menzionato all’inizio: “Il sacrificio di Cristo sarebbe bloccato nel passato se non fosse per il potere del sacerdote di renderlo presente per mezzo dell’eucaristia”?

La verità è che questa interpretazione è possibile solo se isoliamo queste promesse dal contenuto della confessione di Pietro: "Tu sei il Messia, il Figlio del Dio vivente". Qualunque cosa Gesù promette dipende interamente dalla corretta comprensione di ciò che significa per Dio essere "vivente" e per Cristo essere il "Messia".

Essere "vivente" per Dio non vuol dire semplicemente essere vivo, ma include il motivo per cui vive e quale è la cosa che lo fa vivere. Diciamo spesso che Cristo è morto a causa del suo amore per noi e abbiamo ragione. Ma dimentichiamo che Cristo è anche vivo per lo stesso motivo, cioè grazie al suo amore per noi. Ciò che mantiene in vita Dio è il potere del suo amore invincibile per noi, un amore più forte della morte. Niente coglie questo aspetto della risurrezione di Cristo più profondamente dell'introito gregoriano della Pasqua: Resurrexi et adhuc tecum sum, "Risorto sono con te ancora", che significa "resto vivo per poter rimanere con te sempre". Il Dio che vuole essere con noi in Cristo non è solo un messaggio, o un ricordo, ma una presenza. Essere “vivente” per Dio significa restare al nostro fianco nonostante tutto. Non è la nostra azione che rende Dio presente, ma la sua presenza che spiega perché ci sono cristiani, perché crediamo in Dio, perché possiamo pregare e essere ministri gli uni degli altri. Nessun cristiano e ancor di più nessun sacerdote nemmeno esisterebbe se Cristo non fosse vivo, presente e attivo ora.

L'importanza della confessione di Pietro si può intuire dalla sua posizione nel centro esatto del Vangelo di Matteo. Contiene una lezione cruciale non solo sul potere e l'autorità reali in rapporto al Dio vivente, ma anche sul giusto modo di "parlare" di questo Dio, di predicare la buona notizia e di esercitare ministeri nel suo nome. Per questo il passaggio si conclude con un misterioso avvertimento: Gesù “ordinò severamente ai discepoli di non dire a nessuno che era il Messia” (Mt 16,20). Questo avvertimento non significa che non dobbiamo testimoniare di lui, ma che il modo corretto di farlo dipende dalla giusta comprensione della presenza e dell'azione di Dio in mezzo a noi oggi.

Ciò è spiegato dalla fine del Vangelo di Matteo, quando Gesù risorto sta per ascendere al Padre e manda i suoi discepoli nel mondo. Nel corso dei secoli, l'enfasi nella ricezione di questo brano è stata posta sulla seguente frase: "Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28.19s). E’ vero che Gesù ci ordina di agire nel suo nome raccontando a tutti di lui, facendo discepoli e battezzandoli. Tuttavia, non dobbiamo trascurare ciò che precede questa dichiarazione e ciò che la segue. Immediatamente prima, Gesù non dice che sta trasferendo la sua autorità ai suoi discepoli. Al contrario, dichiara con forza che ogni potere appartiene a lui solo: "A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra" (Mt 28,18).

Ancora più significativamente, subito dopo la frase in cui affida ai suoi discepoli la missione di parlare e agire nel suo nome, e poco prima di sottrarsi per sempre ai loro occhi, Gesù non dice loro "D'ora in poi tutto dipende da voi" ma al contrario dichiara: "Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28,20). Non va via, ma promette di restare con i suoi discepoli, sottintendendo che tutto ciò che fanno dipende interamente dalla sua presenza, dalla sua azione e soprattutto dal suo potere.

La natura di questa autorità e di questo potere è rivelata nell'altro elemento della confessione di Pietro che non abbiamo ancora visto - "Tu sei il Messia, il Figlio del Dio vivente" -, vale a dire cosa significa per Gesù essere 'Messia ".

La parola "Messia" significa "unto" con riferimento al rito di versare olio come segno di investitura per profeti, sacerdoti e re nell'Antico Testamento. Proclamare che Cristo è il messia significa che è il vero profeta perché solo lui può parlare adeguatamente ed efficacemente di Dio; è il vero sacerdote perché solo lui può renderci accettabili a Dio, darci accesso al Padre e rendere efficace la nostra preghiera; e lui solo è il vero re perché ha il potere di cambiare la storia non attraverso un'autorità legale o coercitiva, ma unicamente attraverso il potere del suo amore.

Molti ricorderanno il film del 2010 Mangia, prega, ama la cui protagonista era Julia Roberts. Attraverso un piccolo ritocco, il titolo di questo film può aiutarci a cogliere cosa significa per Gesù essere il messia e memorizzarlo in un modo semplice: "Parla, prega, ama". Questi tre termini spiegano che tipo di potere e autorità ha Gesù e perché essi appartengono solo a lui: solo Gesù può pronunciare parole che cambiano davvero il nostro cuore; solo perché siamo uniti a Lui nel battesimo, possiamo pregare come figli di Dio e chiamarlo “Padre nostro”; solo lasciandoci amare da lui possiamo irradiare questo stesso amore nel corso della storia, e così cambiare veramente il mondo.

Questo è il significato della confessione di Pietro, la vera natura del potere e dell'autorità nel cristianesimo e il modo corretto di proclamare il Vangelo.

Cristo non vuole che i discepoli parlino della sua vera identità prima della sua risurrezione, perché solo allora potrà essere il “Dio vivente” che è presente ovunque e sempre. Possiamo fare discepoli, insegnare e battezzare nel nome di Cristo non rivendicando il potere per noi stessi, come se Cristo se ne fosse andato e tutto dipendesse da noi. Al contrario, il nostro parlare può toccare i cuori solo se si basa sull'ascolto costante della Parola di Dio; la nostra preghiera, sia personale che sacramentale, può raggiungere il Padre solo grazie allo Spirito di Cristo che prega in noi; il mondo riconoscerà che siamo discepoli di Cristo dal modo in cui amiamo ogni persona umana, come Gesù stesso ha affermato: "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" (Giovanni 13.35).

Naturalmente, un altro senso fondamentale è compreso nella confessione di Pietro. Il motivo per cui Cristo rimane con noi, e per il quale ogni autorità rimane con lui - il motivo per cui il nostro parlare, pregare e amare deve essere ricevuto da Cristo costantemente, è che lasciati a noi stessi possiamo solo dubitare, tradire e rinnegare Dio, proprio come lo ha fatto Pietro. Quando Gesù gli disse "Tu sei Pietro", sapeva bene che sarebbe stato il primo di una lunga serie di sacerdoti, vescovi e papi che avrebbero rivendicato autorità per loro stessi e monopolizzato il parlare, pregare e amare nel nome di Dio, ma invece prodotto immensa corruzione e causato scandali senza fine nel mondo. Gesù sa molto bene che fraintendiamo, abusiamo, pervertiamo, ostacoliamo, corrompiamo il suo messaggio e lo dirottiamo costantemente per i nostri fini. Eppure, non teme di correre questo rischio proprio perché è il “Dio vivente”, perché non ci lascia soli e rimane con noi.

Niente coglie questo paradosso con più verità e umorismo della famosa ripartita del cardinale Ettore Consalvi all'imperatore Napoleone quando quest'ultimo minacciò di distruggere la chiesa. Il cardinale con calma gli rispose: "Noi membri del clero abbiamo fatto tutto quanto in nostro potere per distruggere la chiesa dall'interno negli ultimi 18 secoli e non ci siamo riusciti - cosa le fa pensare di poter fare meglio di noi?".

La chiesa costruita sulla roccia della confessione di fede di Pietro è altrettanto capace di tradire quanto, misteriosamente, di rimanere lo strumento attraverso il quale Dio arreca la sua consolazione ai poveri, viene in aiuto dei profughi, dà senso alla vita delle persone e lentamente ma sicuramente cambia il corso della storia. Questo è il motivo per il quale in definitiva la "roccia" su cui è costruita la Chiesa non è solo la fede di Pietro, ma soprattutto la sua debolezza, i suoi dubbi e i suoi rinnegamenti. La sua stessa debolezza, la nostra stessa debolezza come cristiani è una testimonianza del potere di Dio, come proclamò Paolo quando disse: “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Infatti quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Corinzi 12.9f).




0 comments

Recent Posts

See All