• Luigi Gioia

La trasparenza desiderata

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"Le nostre motivazioni in questa vita non saranno mai completamente pure e trasparenti. Il paziente impegno di verifica è da riprendere continuamente, non è mai compiuto una volta per tutte".

1 Re 17,10-16; Sal 146,6c-7.8-9a.9b-10; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44


La chiave del vangelo di oggi risiede nella frase nella quale è detto che Gesù, seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete (Mc 12,41), cioè esaminava il ‘come’. Non è interessato da quanto i ricchi gettano nel tesoro, ma da come lo fanno. Può leggere nei loro pensieri, vedere che cosa c’è nel loro cuore. Questo ‘come’ è il legame tra le due parti del vangelo di oggi: una prima nella quale Gesù dà un insegnamento riguardo agli scribi e ai farisei e una seconda nella quale loda l’obolo della vedova.

La descrizione di scribi e farisei coglie perfettamente il comportamento clericale di tutti i tempi, compreso il nostro: amano le lunghe vesti, i saluti nelle piazze, i primi seggi nella Chiesa, i primi posti nei banchetti. Allo stesso tempo, quello che Gesù rimprovera agli scribi e ai farisei di ieri come al clero di oggi non è tanto l’atteggiamento esteriore: almeno in una certa misura è comprensibile che chi ha un ruolo pubblico sia sulla piazza, abbia una uniforme particolare e che gli si offrano i primi posti nei banchetti e nelle piazze. L’aspetto riprovevole è nel ricercare questi onori, compiacersene, contenderseli.

Vale qui il monito di Gesù nel discorso sulla montagna: State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il padre vostro che è nei cieli (Mt 6,1). E poi aggiunge quando tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto e allora il Padre tuo che vede nel segreto, ti ricompenserà (Mt 6,3-4). E’ qualcosa che deve restare nel segreto, non per nasconderla, ma per farla vedere alla sola persona che veramente conta, il Padre.

Non si tratta di bandire o di rinnegare le forme legittime di riconoscimento. Quando qualcuno riconosce il bene che abbiamo fatto, possiamo e dobbiamo rispondere sinceramente, gioiosamente con un grazie ed esserne contenti. Quando il bene che facciamo è autentico, prima o poi crea gioia, diventa un fattore di novità nella vita e nella società ed è riconosciuto. I santi sono stati amati, riconosciuti, lodati. Basti pensare alla popolarità di cui godeva Madre Teresa già durante la sua vita. Non si tratta di negare questo aspetto. L’importante è non fare le cose per essere lodati, per essere visti, per accumulare tesori sulla terra, ricordandoci che dove è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore (Mt 6,21). In questo modo preserveremo la libertà, la gratuità e l’incisività che solo la purezza di intenzione genera.

Gli atteggiamenti contro i quali Gesù ci mette in guardia compromettono la vita di fede alla base, la strumentalizzano per i nostri fini, condannandoci così all’ipocrisia e a una tristezza senza fine. Per quanto infatti il potere, il riconoscimento, l’avanzamento sociale o ecclesiastico ci gratifichino nell’immediato, ci lasciano poi vuoti dentro perché non possiamo non essere consapevoli della nostra mancanza di autenticità.

Il vero segreto del ‘come’, quello che ha scoperto la vedova lodata da Gesù, quello che sono chiamati a cercare i farisei di ieri e il clero di oggi ci è rivelato nel discorso sulla montagna e specialmente in quello che ne è il cuore, il Padre Nostro.

Per tendere alla libertà che vuole darci il Vangelo siamo invitati a cercare di fare le cose non per santificare il nostro nome, ma quello del Padre; non per instaurare il nostro dominio, ma per contribuire alla venuta del suo regno; non per far trionfare i nostri capricci, istinti o passioni ma per fare la sua volontà.

Le nostre motivazioni in questa vita non saranno mai completamente pure e trasparenti. Per quanto cercheremo sinceramente di accumulare tesori in cielo, continueremo sempre a mettere qualcosa da parte per noi qui ed ora sulla terra. Non dobbiamo scoraggiarci per questo, basta umiliarcene davanti al Signore, chiedergli perdono e accettare questa ambivalenza come una delle tante contraddizioni che caratterizzano la nostra vita presente. Se il Signore ci ha insegnato il Padre Nostro e ci ha chiesto di recitarlo quotidianamente (dacci oggi) è perché il paziente e perseverante impegno di verifica delle nostre motivazioni è da riprendere continuamente, non è mai compiuto una volta per tutte.

Solo la preghiera ci da accesso alla gratuità nella vita cristiana e ci mantiene in essa. Se offro qualcosa, lo faccio come espressione della mia gratitudine a Dio, perché riconosco che tutto quello che ho, e ancora più profondamente tutto quello che sono, lo ricevo da Dio. Lo faccio per esprimere la mia speranza in lui: come ho ricevuto tutto dal Signore fino ad ora, so che continuerà a darmi tutto, continuerà ad occuparsi di me. Se non cerco una ricompensa immediata è perché il Signore stesso è la mia ricompensa. Trovo gioia nel fatto di sapermi più vicino e forse più donato a lui.





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