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  • Luigi Gioia

Lasciarci amare

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"Seguimi!" (Gv 21,19), dice il Risorto a Pietro durante la sua ultima apparizione riportata nel Vangelo di Giovanni.

Pietro aveva già sentito spesso queste parole in precedenza, sin da quella prima volta in cui Gesù incontrò lui e suo fratello Andrea lungo il mare di Galilea e disse ad entrambi: "Venite, seguitemi" (Mt 4,18). Questa volta però c'è una grande differenza.

Ai tempi in cui era in Galilea, Pietro accettò di seguire qualcuno la cui vita era su questa terra ed era chiaro cosa questo invito significasse: andare fisicamente ovunque andasse Gesù, vivere con lui, condividere i suoi pasti, ascoltarlo parlare, imparare da lui e in alcune occasioni anche mettere alla prova la sua pazienza.

Ora, invece, il Gesù che chiede a Pietro di seguirlo è risorto dai morti. È la stessa persona con cui aveva vissuto prima della sua morte sulla croce, ma ora c'è qualcosa di molto insolito nel modo di essere e nella presenza di Gesù.

Per cominciare, ogni volta che Gesù appare ci vuole del tempo per riconoscerlo. Quando, dopo l'alba, Gesù stava presso il mare di Tiberiade, ci viene detto che i suoi discepoli "non sapevano che era Gesù" (Gv 21,4) e che alla fine lo riconobbero grazie a qualcosa di diverso dal suo aspetto fisico, visto che erano ancora tentati di chiedergli: "Chi sei?" (Gv 21.12).

Di fatti, questo è un Gesù che appare e scompare, passa attraverso porte chiuse e porta ancora i segni delle ferite che hanno causato la sua morte, anche se ora sembrano non avere conseguenze sulla sua vita.

Infine, questo è il Gesù che sta per ascendere al cielo e ritirare la sua presenza fisica. Promette "Sarò con voi fino alla fine dei tempi" (Mt 28,20), ma questa presenza non sarà più visibile.

Quindi anche noi abbiamo lo stesso problema di Pietro: come possiamo seguire Gesù risorto?

Questo invito è una sfida. Per seguire Gesù dobbiamo credere nella sua promessa, vale a dire che è con noi, e imparare a riconoscere il suo nuovo modo di essere in mezzo a noi. Questo è lo scopo dei Vangeli della risurrezione.

In Giovanni troviamo un dettaglio significativo e toccante. Dopo l'iniziale perplessità, uno dei discepoli improvvisamente capisce e esclama: "È il Signore". Questo discepolo non ha un nome, ma la sua identità viene svelata attraverso il suo soprannome: "Il discepolo che Gesù amava" (Gv 21,7).

Ciò che è implicito qui è che esiste un legame tra amare Gesù e riconoscerlo: solo accogliendo l'amore del risorto per noi possiamo riconoscere la sua presenza, per quanto sconcertante e sconosciuta possa essere. L'amore di Gesù non è un'astrazione. In questo Vangelo è descritto in vari modi.

Gesù sa che facciamo fatica ad amarlo ed è disposto ad aiutarci prendendoci per mano, a discutere con noi, a spronarci ad andare sempre più in profondità. Siamo come Pietro. Quando ci viene chiesto se amiamo il Signore risorto, rispondiamo: "Sì, Signore, sai che ti amo" (Gv 21,16). Crediamo che dichiarare il nostro amore sia sufficiente. Questo è il motivo per cui il Signore non è soddisfatto da questa risposta e continua a porre la stessa domanda: "Mi ami?". L'unico modo autentico di amarlo è rivelato nella risposta finale di Pietro "Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo" (Gv 21,17). Il "tu sai tutto" è l'umile riconoscimento dei nostri fallimenti nell'amore, dei nostri rinnegamenti, dei nostri compromessi. Finché pensiamo che questi siano un ostacolo per la nostra relazione con Dio, resistiamo all'amore di Dio per noi. Nel momento in cui impariamo a lasciare che il Signore risorto ci ami così come siamo, con tutta la nostra debolezza, allora diventiamo capaci di amarlo e quindi capaci di accogliere il suo invito: "Seguimi".

Possiamo conoscere Gesù solo seguendolo. E ora che il Signore è risorto, possiamo seguirlo solo contando sul suo perdono, la sua pazienza e il suo amore infallibile.




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