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  • Luigi Gioia

Le nostre paure e il nostro amore

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Meditando sugli eventi delle ultime settimane è difficile resistere alla conclusione che noi, come esseri umani, siamo fondamentalmente egoisti. Quando è diventato chiaro che dovevamo ridurre le nostre attività sociali per prevenire la diffusione del virus, la maggior parte di noi ha continuato a socializzare come al solito dicendoci che in ogni caso non saremmo morti a causa del virus anche se fossimo stati contagiati. Siamo entrati in una vera quarantena solo quando siamo stati costretti dai nostri governi.

Allo stesso modo, abbiamo svuotato i supermercati, accumulando molto più cibo di quanto fosse necessario e spesso non lasciando quasi nulla sugli scaffali per coloro che sono più deboli, più poveri o che lavorano per salvarci la vita. E l'elenco potrebbe continuare.

Possiamo essere fatalisti al riguardo e attribuire questi comportamenti a irrefrenabili istinti evolutivi di autopreservazione. Oppure possiamo guardare più da vicino a ciò che sta accadendo intorno a noi e forse giungere a una conclusione diversa.

Pochi giorni fa, don Giuseppe Berardelli, un sacerdote di Bergamo di 72 anni, ha rinunciato al suo ventilatore in favore di un paziente più giovane, ed è morto. Da quando ho letto questa notizia, ho continuato a pensarci e a chiedermi cosa farei nella stessa situazione. Non c'è modo di essere preparati per un atto di cosi grande altruismo. Non sappiamo come ci sentiremmo se fossimo nella situazione di scegliere se morire per salvare la vita di qualcun altro. Ma sappiamo che don Giuseppe non ha scelto di morire, ma di amare e lo ha fatto perché durante tutta la sua vita ha creduto nelle parole della Scrittura che dicono "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Giovanni 15.13).

Lo stesso vale per gli innumerevoli dottori e infermiere che curano pazienti contagiati in reparti affollati con protezioni inadeguate. Non stanno scegliendo di morire, ma di servire anche a rischio della propria vita. Molti di loro sono morti, proprio come p. Giuseppe.

Innegabilmente, un momento di pandemia risveglia i nostri istinti peggiori. Comprensibilmente siamo spaventati e la paura è irrazionale e cieca. Ma l'esempio di don Giuseppe e dei nostri dottori e infermiere dimostra che c’è in noi la capacità di amare, di servire in modo disinteressato, di prendere a cuore la sicurezza degli altri anche al di sopra della nostra e di accettare i sacrifici che ciò richiede. Per la maggior parte di noi, il costo da pagare è rimanere a casa, cosa che può essere particolarmente difficile soprattutto per chi vive da solo. Abbiamo però la possibilità di scegliere: farlo non come un obbligo ma come un atto d'amore. Saremo sorpresi dalla consolazione che questo semplice pensiero produrrà nei nostri cuori.




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