• Luigi Gioia

Le regole come alibi

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"La pratica religiosa può diventare il più grande ostacolo per una vita di fede autentica".

Uno dei principi della religiosità ebraica al tempo di Gesù era che per presentarsi davanti a Dio occorreva ‘purificarsi’ per mezzo di una serie di abluzioni rituali. Comune alla maggior parte delle religioni, questa pratica affonda le sue radici nella relazione con il sacro e funziona quasi come un’anticamera: prima di entrare in qualsiasi forma di relazione con il divino occorre prepararsi e i rituali che coinvolgono il nostro corpo ce lo ricordano.

Nell’Antico Testamento, queste regole di purezza esteriore erano state interpretate come un invito alla purezza del cuore: lavandosi esteriormente si doveva prendere coscienza del proprio bisogno di convertirsi interiormente alla giustizia e alla misericordia, si chiedeva al Signore Crea in me un cuore puro (Sal 50,12).Come sempre, però, la pratica religiosa era diventata autoreferenziale e superstiziosa, non più un’occasione di conversione, ma un pretesto per dispensarsene. Denunciando questa deriva, Gesù invita dunque i suoi contemporanei a riflettere sul senso dei gesti che compiono a ritrovare l’urgenza di fare pulizia fuori come segno di quella da fare dentro.

L’esperienza religiosa è costantemente tentata di tralasciare i sentimenti interiori, di trasformarsi insensibilmente in alibi per evitare il coinvolgimento esistenziale, di ridursi in un angolo della nostra vita dove sopravvive solo grazie all’abitudine. Così, proprio la pratica religiosa finisce con il diventare il più grande ostacolo per una vita di fede autentica.

Questo Gesù denuncia eloquentemente quando afferma che le prostitute vi passeranno avanti nel regno dei cieli (Mt 21,31). Passano avanti non a causa o malgrado il loro peccato, ma perché non possono negare né a sé stesse né agli altri il loro bisogno di salvezza e per questo non si soddisfano dell’involucro esteriore della fede ma vanno direttamente al suo cuore, vale a dire la fiducia nella misericordia di Dio. Chi si riconosce autenticamente peccatore sa che non potrà mai fare nulla per espiare il male fatto, che non vi è acqua sulla terra che possa lavare il cuore, non vi è pratica religiosa che possa cancellare il passato – e per questo cerca la purificazione solo affidandosi totalmente a Dio.

Se le regole fanno parte della vita cristiana come di ogni altro aspetto della nostra esistenza, dobbiamo ricordarci che non costituiscono l’essenza della fede e che anzi, come Gesù lo insegna nel vangelo, diventano un ostacolo nella relazione con Dio quando le pratichiamo dimenticandone il significato. Dio non ha bisogno della nostra partecipazione alla messa domenicale, delle nostre preghiere e neppure delle nostre buone azioni. Nessuna di queste cose ha senso se non nel quadro di una relazione di fede, speranza e amore con il Signore.

Quando Gesù rimprovera i farisei dicendo loro che trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini (Mc 7,8), con la parola ‘comandamento’ si riferisce al fondamento della fede di Israele espresso in questa frase del Deuteronomio: Ascolta, Israele: il Signore è nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze (Dt 6,4-5). Ogni altra regola, pratica, azione ha senso solo nella misura in cui resta una delle modalità attraverso le quali amiamo il Signore con tutto noi stessi.

Questo è il messaggio della prima lettura. La legge è data al popolo non solo per organizzarne la vita sociale e religiosa o perché osservandola esso abbia la garanzia di essere in regola con Dio. Il grande messaggio del Deuteronomio è che la legge è espressione della vicinanza di Dio con il suo popolo: quale grande nazione ha la divinità così vicina a sé come il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che noi lo invochiamo? (Dt 4,7) L’idea della ‘vicinanza’ è fondamentale nella Scrittura: se siamo invitati a mettere la parola in pratica è perché è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore (Dt 30,14). Il solo modo di accoglierla, osservarla, praticarla è di farne una espressione del nostro desiderio di vicinanza a Dio, attraverso la fiducia in lui.

Questo si applica direttamente alla nostra vita di fede e soprattutto a ciò che ne è il cuore, la partecipazione all’eucaristia domenicale. Un linguaggio antiquato e fuorviante continua a presentarla come un ‘precetto’ da soddisfare. Questo linguaggio è riduttivo e può incoraggiare precisamente il tipo di derive contro le quali Gesù mette in guardia nel Vangelo di oggi. Se partecipiamo all’eucaristia domenicale è per scelta, per sperimentare la vicinanza di Dio nella sua Parola, nel pane spezzato e attraverso l’appartenenza ad una comunità che lui stesso riunisce intorno al suo corpo - e per restare vicini a lui. Se partecipiamo all’eucaristia è, come dicevano i primi cristiani, per vivere.






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