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  • Luigi Gioia

Occhi per contemplare

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"La preghiera contemplativa è semplicemente questo: respirare Dio, rimanere nell’amore del Padre, permettere alle parole di Dio di radicarsi in noi e crescere così nella somiglianza con Dio finché non diventeremo simili a lui".

Nella sua prima lettera, Giovanni afferma: «Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui» (1 Gv3,1). “Mondo” indica qui coloro che non comprendono i cristiani poiché non credono in Dio. Ma i cristiani possono sostenere di non appartenere anch’essi al “mondo”? Possono dire di “conoscere” Dio – e dunque di conoscere pienamente se stessi? La realtà è che, anche per i cristiani, Dio rimane un mistero, e anche loro continuano a resistere a Dio e a preferirgli idoli. E dal momento che non conoscono Dio, sono anche incapaci di conoscere chi davvero essi siano. Dal punto di vista dei cristiani, questa frase può essere anche riformulata come segue: «La ragione per la quale siamo un mistero per noi stessi è che, anche se crediamo in Dio, rimaniamo parte del mondo che resiste a Dio!». Iniziamo a conoscere noi stessi solo quando Dio si rivela a noi.

Secondo il libro della Genesi siamo un grumo di argilla che è vivo perché respira Dio: ci ha plasmato «con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (2,7). Un grumo di argilla rimane immobile, non va da nessuna parte. Un grumo di argilla che respira Dio intraprende un viaggio, gli vengono dati la speranza e il compito di diventare come Dio, di condividere la sua stessa libertà, che è libertà di amare e di vivere nonostante i continui ostacoli che incontriamo nella nostra vita fisica ed affettiva di ogni giorno.

La vera natura di questo grumo di argilla che respira Dio è stata manifestata il giorno in cui Gesù «fu trasfigurato» davanti a Giovanni (il solito fortunato, insieme a Pietro e Giacomo).

«Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce» (Mt 17,2). Quale prospettiva: brillare come il sole! Eppure, è esattamente ciò che ci viene promesso: egli «trasfigurerà il nostro misero corpo [il grumo di argilla] per conformarlo al suo corpo glorioso» (Fil 3,21).

Giovanni continuò a meditare su questa esperienza. Curiosamente, diversamente dagli altri tre autori dei vangeli e nonostante il fatto che fosse lì a vedere (mentre Marco, Matteo e Luca non c’erano), il quarto evangelista non cita la trasfigurazione nella sua versione della buona novella di Gesù. Questa omissione è un segno chiaro ed è un’altra ragione per cui Giovanni è il modello della contemplazione. Una delle frasi chiave nel suo vangelo è: «e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14). La vecchia versione della Bibbia CEI, che traduceva con “vedemmo”, è troppo debole. Il greco theàomai, infatti, significa “mirare a”, “fissare”, e correttamente la nuova versione italiana l’ha tradotto con «contemplare». Giovanni non fornisce un racconto della trasfigurazione come evento isolato perché vede tutta l’esistenza di Gesù trasfigurata, perché ha occhi che possono discernere e contemplare la sua gloria. Il Gesù di Giovanni non può contenere la luce che irradia dalla sua persona, dalle sue parole e dalle sue azioni: era possibile contemplare «lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui» (Gv 1,32). Fin dall’inizio della sua missione, da quando l’acqua divenne vino alle nozze di Cana, Gesù iniziò a «manifestare la sua gloria», ad irradiare la sua luce (cf. Gv 2,11).

Questa gloria, questa luce, brillano in modo decisivo attraverso Gesù proprio quando egli si rivela più umano. Questo appare, per esempio, nell’episodio in cui viene vinto dall’emozione per la morte del suo amico Lazzaro e condivide il dolore delle sue sorelle. Anche quello è un momento in cui risplende la sua gloria: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?» (Gv 11,40). In maniera ancora più eloquente, la sofferenza e la morte sulla croce, quando « era talmente tanto sfigurato da non avere più aspetto d’uomo e che la sua forma era diversa da quella dei figli dell'uomo» (Is52,14), sono per Giovanni i momenti in cui la luce che Gesù irradia raggiunge la più intensa luminosità. Queste le parole che Giovanni pone sulle labbra di Gesù appena prima che si consegni ai suoi uccisori: «E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse» (Gv 17,5). Questa ora, ovvero il tempo della sua passione, è quella della piena manifestazione della sua gloria, in cui ci dà la prova più grande del suo amore per noi: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (13,1). Cosa significhi amare «fino alla fine», lo ha reso chiaro Gesù stesso quando ha detto: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (15,13).

Questa è la gloria che Gesù vuole condividere con noi: «E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro» (17,22) – questa è la luce che anche noi dobbiamo irradiare, questa è la nostra speranza, l’oggetto della nostra sete e del nostro desiderio, ciò che ci è stato promesso: «Padre, voglio che quelli che mi hai dato […] contemplino la mia gloria» (17,24).

Giovanni ci insegna ciò che l’autentica contemplazione opera in noi, come questa ci permette di superare non solo Pietro, ma anche Marco, Matteo e Luca nella capacità di «vedere e credere» (cf. Gv 20,8), come accende il nostro desiderio e la nostra sete di Dio. Siamo invitati a contemplare quanto siamo stati amati: «Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!» (1 Gv 3,1).

Così, finché non ci vengono dati occhi per contemplare questo amore, finché il nostro cuore non viene reso capace di sentirlo, siamo ancora “del mondo”: «Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui». La ragione per la quale non conosciamo noi stessi è che ancora non ci vediamo come il Padre ci vede. Siamo ancora incapaci di sostenere la vista di questa luce, come anche Giovanni non ci riuscì la prima volta che la vide: lui e gli altri durante la trasfigurazione «caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore» (Mt 17,6). Vinsero questa paura solo quando Gesù «li toccò e disse: “Alzatevi e non temete”» (17,7). Giovanni non dimenticò mai questo tocco. Mai più ebbe paura della gloria di Gesù, perché questo tocco gli insegnò che la luce era segno non del potere di Dio, ma del suo amore, e da quel giorno tenne coraggiosamente lo sguardo fisso in lui, rimanendo inizialmente abbagliato, ma poi, poco a poco, divenendo sempre più in grado di riconoscerlo in ogni aspetto della vita di Gesù, in ogni pagina della Scrittura, in ogni movimento del suo cuore, in ogni momento della sua vita.

Da quel giorno in poi visse di questa speranza: «Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3,2). Siamo un grumo d’argilla che respira Dio, che ha sete di Dio, cerca Dio, desidera Dio perché abbiamo questa speranza. Qualsiasi cosa ostacoli il nostro amare e lasciarci amare nella nostra vita, non ha potere contro questa speranza. Quali che siano l’oscurità, la cecità, i dubbi, le paure che tentano di impedire alla luce di Dio di risplendere su di noi e di trasfigurarci, ci viene promesso che saremo come lui, che anche noi stiamo intraprendendo un processo di trasfigurazione e che questo sta avvenendo ora.

C’è nella Scrittura promessa più consolante di questa: «noi saremo simili a lui»? Non è questo ciò che abbiamo sempre desiderato? Non è per averlo bramato nel modo sbagliato che abbiamo compromesso il nostro posto nel giardino di Dio e l’abbiamo perso? «Il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto. Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio”» (Gen 3,4-5). Ma questa era una menzogna, poiché infatti morimmo, i nostri occhi divennero incapaci di sostenere la luce di Dio e ci ritrovammo esiliati dal giardino, perduti e confusi «in una terra arida, assetata, senz’acqua» (Sal 63,1).

Essere come Dio era il desiderio, la sete per la quale ci smarrimmo. Non perché fosse la cosa sbagliata da desiderare: al contrario, il più intimo impulso del nostro cuore è diventare come Dio, poiché fummo creati a sua immagine e somiglianza sin dal principio. Ciò che tragicamente non abbiamo compreso è come diventarlo. Pensammo di potercene appropriare così come si prende una mela da un albero (immaginiamo che fosse una mela…). Non realizzammo che potevamo diventare come Dio solamente respirandolo, contemplando la sua gloria. Il capitolo 15 del Vangelo di Giovanniesprime questa verità invitandoci a rimanere in Dio, come i tralci che fermamente restano attaccati alla vite: «Io sono la vera vite e il Padre mio è l’agricoltore […] voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (vv. 1.5). Diventiamo come Dio rimanendo in lui, consapevoli che egli vive in noi, che non ha mai smesso di “rimanere” in noi: «Rimanete in me e io in voi» (v. 4). Questo nostro rimanere in lui e scoprire il suo rimanere in noi avviene coltivando le sue parole nel nostro cuore e lasciandoci amare da lui: «Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà fatto» (v. 7), e ancora: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore» (v. 9).

Mettendo insieme queste immagini della Scrittura, possiamo dire che la preghiera contemplativa è semplicemente questo: respirare Dio, rimanere nell’amore del Padre, permettere alle parole di Dio di radicarsi in noi e crescere così nella somiglianza con Dio finché non diventeremo simili a lui. Questa è la speranza che riempie il nostro desiderio, rinnova la nostra sete, guida la nostra ricerca, ma insieme li “purifica”: «Chiunque ha questa speranza in lui, purifica sé stesso, come egli è puro» (1 Gv 3,3). Questa è la speranza che ci dà occhi per contemplare la luce di Dio: «Beati i puri di cuore, perché vedranno [contempleranno] Dio» (Mt 5,8). Una purezza che non è assenza di oscurità, peccato, contraddizioni, desiderio, esitazione, dubbi – nessuna purezza di questo tipo è alla nostra portata in questa vita. Piuttosto, è una purezza che riceviamo solo nella misura in cui vediamo, contempliamo, crediamo, ci fidiamo del «grande amore che ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!» (1 Gv 3,1).




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