• Luigi Gioia

Osare la speranza

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"La nostra azione, la nostra generosità al servizio del Regno sono preziose, ma possono a volte fuorviarci, indurci a contare solo sulle nostre potenzialità".

Domenica Tempo Ordinario 17 B - 2 Re 4,42-44; Sal 145,10-11.15-16.17-18; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15



Il racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci è denso di reminiscenze dell’Antico Testamento e di riferimenti simbolici, a cominciare dalla frase che lo introduce: era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei (Gv 6,4). Questo dettaglio fornisce il contesto a tutto il passaggio e ci spiega il senso di quello che sta succedendo. Pasqua vuol dire passaggio. Ogni volta che la si menziona si rievoca il passaggio del popolo di Israele dalla idolatria dell’Egitto alla libertà di seguire il proprio Dio, nonché il passaggio dalla fame alla sazietà, perché il popolo che si affida a Dio e lo segue è nutrito direttamente da lui. La prima moltiplicazione dei pani nella bibbia è il dono della manna ottenuto attraverso l’intercessione di Mosè. Quindi, con il miracolo della moltiplicazione dei pani dei vangeli, Gesù si presenta come il nuovo, il vero Mosè che ci conduce nel passaggio, nel ritorno dal paese lontano nel quale eravamo fuggiti alla casa del Padre. Che la Pasqua fosse vicina significa che è imminente la rivelazione dell’idolatria che tiene prigioniero il cuore di ciascuno di noi e dalla quale abbiamo bisogno di essere convertiti per aprirci al dono della fede. Questo spiega la necessità dei lunghi quaranta anni di peregrinazione nel deserto. Questo periodo era necessario per liberare il popolo dalla contaminazione con l’idolatria contratta in Egitto e per educarlo a riporre nuovamente la propria fiducia solo in Dio.

Nell’ambito di questa pedagogia, un altro particolare importante del Vangelo è che è Gesù stesso a porre la domanda che conduce al suo miracolo: Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare? (Gv 6,5). Gesù era consapevole di quello che stava per fare, egli infatti sapeva quello che stava per compiere (Gv 6,6), ma pone la domanda per vedere la reazione dei discepoli, per metterli alla prova. Tante sono le situazioni della nostra vita nelle quali ci ritroviamo come il popolo d’Egitto davanti al mar Rosso, cioè in un vicolo cieco, senza vie d’uscita, tentati di perdere la speranza. Allora il Signore, pur sapendo quello che farà, interroga noi come fece con i suoi discepoli: “Chi ti libererà? Chi verrà in tuo aiuto? Chi ti permetterà di affrontare questa situazione?”. In questi contesti siamo messi alla prova, siamo invitati a verificare cosa davvero abbiamo nel cuore, a credere in Dio e a sperare in lui contro ogni speranza (Cf. Rm 4,18).

Possiamo essere allora tentati di rispondere come fece Filippo pragmaticamente, da un punto di vista cioè non ancora trasfigurato dalla fede: Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo (Gv 6,7). La nostra mancanza di fede ostacola l’agire di Dio - non perché Dio non possa agire, ma perché Dio vuole farlo in risposta alla nostra fede.

Cosa sblocca allora la situazione? Ce lo suggerisce ancora il vangelo con un particolare toccante: Uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro, disse: «C’è qui un ragazzo …» (Gv 6,8-9). La situazione è bloccata a causa dell’incredulità di coloro i quali erano stati scelti da Gesù per essere dei modelli, per trasmettere la fede, per insegnare al resto dell’umanità a credere e che si rivelano ora incapaci di assolvere il compito che era stato affidato loro. La soluzione arriva grazie ad uno sconosciuto che non è neanche nominato. I discepoli sono ricordati per nome: Filippo, Andrea, Simon Pietro, invece di questo ragazzo non ci è detto chi sia malgrado il suo intervento sia determinante: C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci (Gv 6,9). Nella crisi in cui si trova la folla che segue Gesù, il ragazzo è fortunato: ha una sicurezza materiale, non ha bisogno di un miracolo di Gesù – ha di che mangiare. Ma si fa avanti vincendo anche la derisione che si cela nella reazione di discepoli: ma che cos’è questo per tanta gente? (Gv 6,9) Vedono solo la materialità di ciò che il ragazzo mette a disposizione, non colgono il potenziale infinito del suo gesto di fede in Gesù. Infatti, il ragazzo porta esattamente ciò che il Signore stava aspettando – i pani e i pesci come segni della sua fede, del fatto che osa credere e sperare in Gesù contro ogni speranza (Rm 4,18). Allo stesso modo, la nostra azione, la nostra generosità al servizio del Regno sono preziose, ma possono a volte fuorviarci, indurci a contare solo sulle nostre potenzialità. Certo, il Signore vuole avere bisogno dei nostri pani e dei nostri pesci, ma come espressione della nostra fiducia nella fecondità che solo lui può conferire a questo nostro concorso.

Tutto dipende dunque dalla nostra fede. Siamo tutti testimoni dell’incapacità della Chiesa di far fronte al compito immane che le è stato affidato, quello dell’evangelizzazione dell’umanità, nella quale ci sono certamente delle riuscite, ma molto più grandi sono le inadeguatezze e i fallimenti. Di fronte a questa incapacità ciò che dobbiamo interrogare non è il nostro fare, ma prima di tutto il nostro credere. Abbiamo fede nel Signore? Siamo pronti ad avanzare, a presentarci a lui e a dirgli come Tommaso: Mio Signore e mio Dio? (Gv 20,28) A sperare in lui contro ogni speranza? Ricordiamoci le parole di Paolo: La speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato versato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato (Rm 5,5). In ogni momento, in risposta alla speranza che egli stesso suscita nei nostri cuori, il Signore può riversare questo Spirito che trasforma la terra intera, fa avvenire la nuova creazione e sfama anche le folle.




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