• Luigi Gioia

Persi e ritrovati

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"Nessuna conversione possibile, cioè nessun modo di ritornare al Signore, se non ci prende lui sulle sue spalle e non ci riporta lui stesso alla casa del Padre"

Chiunque abbia vissuto a Oxford conosce bene la piazza di Gloucester Green Town. È sempre affollata di persone che visitano il mercato o vanno e vengono dalla stazione degli autobus che si trova proprio dietro di essa, sul lato ovest. Quando arrivai per la prima volta nel Regno Unito nel 1998, frequentai una scuola di inglese che si trova in Friars Entry, un vicolo che va dalla piazza a Madgalen St, una delle strade più trafficate del centro. Nell'angolo nord della piazza c'è il Burton & Taylor, un piccolo teatro dove ho assistito ad alcune produzioni indimenticabili di giovani talenti, spesso studenti dell'Università. Di fronte al Burton & Taylor c'è la canonica della chiesa di St Mary Madgalen. Conoscevo bene l'allora parroco, e uno dei miei migliori amici era uno dei suoi pensionanti – visitavo spesso quella casa, vi soggiornai anche qualche settimana durante le vacanze estive – e ricordo bene quanto amassi l'imponente castagno sul lato di quella casa che si affaccia sulla strada.

Finche un giorno del 2002, il 28 ottobre, ci fu una tempesta, per quanto ricordi non particolarmente potente. Ricordo distintamente di aver passato quella giornata a lavorare nella mia stanza, che era a St Giles, a pochi minuti a piedi da Gloucester Green. Potete immaginare il mio shock quando, all'ora di pranzo, quel giorno, mi fu detto che il castagno di 20 tonnellate era stato sradicato dal vento e si era schiantato su un'auto con quattro persone a bordo. Tre di loro erano sopravvissute, ma tragicamente una ragazza di 22 anni perì nell’incidente.

Anche se purtroppo incidenti di questo tipo non sono insoliti, questo si è profondamente impresso nella mia memoria – e non solo perché passavo a piedi of in bicicletta vicino a quell'albero quasi ogni giorno e ovviamente una parte di me non poteva fare a meno di pensare: “Sarebbe potuto succedere a me”.

Ciò che rende indimenticabile questo incidente per me è più la pura brutalità del destino: quali sono le probabilità che questa povera ragazza di trovasse lì proprio nella frazione di secondo in cui l'albero crollò. Quando accadono incidenti di questo tipo, siamo sopraffatti da un senso di impotenza, proprio come deve essere successo ai contemporanei di Gesù riguardo a «quelle diciotto persone che perirono quando cadde su di loro la torre di Siloe» (Lc 13,xx). Un aspetto determinante della psicologia umana è che siamo estremamente a disagio all'idea che eventi accadano per caso. Non possiamo resistere all'impulso di cercare una sorta di logica in essi. È un'espressione del nostro bisogno di ristabilire il controllo – e questo impulso è tale che siamo persino disposti a prenderci la colpa, a credere che quando cose di questo genere accadono deve essere perché meritiamo di essere puniti, che sono l'espressione di giustizia divina. Preferiamo optare per il senso di colpa piuttosto che venire a patti con la sconvolgente verità che nessuna logica presiede ad eventi di questo tipo: sono semplicemente, assurdamente, incredibilmente casuali e arbitrari.

Gesù sa che questo istinto umano è il più grande ostacolo spirituale alla sua rivelazione dell'amore del Padre. La colpevolezza non vuole il perdono, vuole solo rannicchiarsi su se stessa, come facciamo quando abbiamo una ferita e non vogliamo che nessuno la tocchi perché fa troppo male. La ferita però può essere curata solo se abbandoniamo il controllo a un medico o un'infermiera, abbiamo fiducia nel fatto che sapranno prendersene cura, anche se all'inizio potrà essere doloroso.

Se è così, allora, se i tragici eventi della nostra vita non sono forme di punizione, che senso dare alla frase ripetuta due volte nel vangelo di oggi: «Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13 .xx)? A prima vista, sembra che Gesù dica che se non ci pentiamo la punizione è la morte. Come può negare che eventi tragici e abbiano a che fare con il nostro comportamento in una frase e dichiarare il contrario nell'altra?

Questa apparente contraddizione si dissolve quando si presta maggiore attenzione al significato della parola “perire”, apollumi in greco. Nel vangelo di Luca è talvolta usata con il significato di “distruggere o perire” - ma in passaggi chiave dello stesso vangelo significa “perdersi”. Così incontriamo questo verbo quando ci viene detto che la pecora che aveva vagato nel deserto, lontana dalle altre 99, era “perduta” (Lc 15,6). Allo stesso modo, riguardo al figlio che aveva abbandonato la casa paterna per spendere la fortuna che aveva ereditato con le prostitute, è detto che quando si ritrovò a guardare porci, improvvisamente «ritornò in sé e disse: “Io qui muoio (o sono perduto)” – stesso verbo (Lc 15,17), che ricorre ancora quando il padre dice di lui: “Era perduto ed è stato ritrovato” (15,32).

In questa luce, il significato della frase di Gesù non è: “Se non ti penti, sarai punito con la morte” ma “Se non ti penti, finisci per perderti – anzi anche per perire, deperire” – così come se non innaffi una pianta, finisce per appassire e alla fine muore.

Un ulteriore esempio dello stesso verbo nel Vangelo di Luca conferma questa interpretazione. Gesù dice di se stesso che è «venuto a cercare e a salvare» proprio coloro che si trovano in questa condizione, coloro che sono smarriti, che muoiono, che si consumano, che appassiscono (Lc 19,10). Quando ci perdiamo, quello che Dio fa non è punirci, ma l'esatto contrario: viene a cercarci e poi fa tutto ciò che è in suo potere per salvarci, risanarci, portarci con sé.

La parabola che segue questa dichiarazione conferma questa interpretazione. Quale che ne sia la ragione, il fico non è più in grado di produrre fichi – e comprensibilmente qualsiasi giardiniere vorrebbe disfarsene. Invece a Dio sembrano piacere proprio questo tipo di alberi infecondi, così come ha una predilezione per le pecore smarrite e per i figli fuggitivi, e per coloro che sono malati, muoiono, non hanno speranza di sopravvivenza.

Ma c'è di più. Molto del significato della frase «Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13,xx) dipende da come intendiamo la conversione. Tendiamo a vederla come qualcosa che dipende da noi: una decisione che dobbiamo prendere, un cambiamento di stile di vita. Queste però sono piuttosto conseguenze di ciò che la conversione realmente è – vale a dire quello che accade quando -come il fico inutile o la pecora errante- veniamo visitati da Dio, raggiunti da lui, toccati dal suo perdono e dal suo amore – e questa esperienza ci trasforma. La parabola del vangelo di oggi ci permette di visualizzare questa esperienza meglio di ogni spiegazione: il pentimento è il rinnovo di vigore, la nuova vita data al fico dalle cure del giardiniere, quando coltiva il terreno intorno ad esso e lo fertilizza, perché possa produrre frutti di nuovo.

Alla fine, il pentimento o la conversione consistono in questo costante, paziente, ostinato disfarsi della colpevolezza che, per usare le parole di san Paolo, «si traveste da angelo di luce, da servitore della giustizia» (2 Cor 11,14ss). La colpevolezza ci lascia in balia di una divinità severa e inflessibile che non ha nulla a che fare con le immagini del giardiniere premuroso, del pastore paziente, del padre tenero che incontriamo nel Vangelo. In definitiva, questo è uno dei motivi per cui Gesù ama così tanto le parabole – perché il Vangelo parla piuttosto di fichi, pecore, e monete. La terapia più efficace contro la colpevolezza è questa conversione della nostra percezione della realtà, del nostro apprezzamento istintivo degli eventi – soprattutto delle inevitabili tragedie della vita – e a un livello profondo questo avviene solo se cambiamo la narrazione, cioè le storie che continuiamo a raccontare a noi stessi.

Alla fine, la conversione consiste nel lasciarsi sedurre da Dio – cosa che i santi hanno ben compreso – e modellare la nostra preghiera su una profonda frase del libro delle Lamentazioni – una frase che dice tutto: «Facci ritornare a te Signore e noi ritorneremo» (Lam 5,21).

Nessuna conversione possibile, cioè nessun modo di ritornare al Signore, se non ci prende lui sulle sue spalle e non ci riporta lui stesso alla casa del Padre.





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