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  • Luigi Gioia

Quando il nemico sono io

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Alcuni anni fa, di ritorno dall'Austria, dove avevo partecipato alla professione monastica di uno dei miei ex studenti di Sant'Anselmo a Roma, mi resi conto che avrei potuto facilmente fare una sosta a Salisburgo, città natale di Mozart, che non avevo mai visitato prima. Non appena scesi dal treno e raggiunsi il centro città, però, all'improvviso ci fu uno dei peggiori acquazzoni che ricordi. Centinaia di turisti si precipitarono in bar e ristoranti per mettersi al riparo e io mi ritrovai a competere per un posticino sotto la tenda da sole di un negozio, completamente fradicio e depresso. Al primo breve intervallo nel diluvio avvistai la funicolare che porta le persone dal centro città alla Fortezza di Hohensalzburg, un imponente castello medievale che domina la città, e quasi senza pensarci la presi e trascorsi la maggior parte della giornata all'interno di quella fortezza dove, tra l'altro, scoprii un'armeria e un affascinante museo di marionette.

Stranamente, tuttavia, ciò che maggiormente attirò la mia attenzione fu il Museo Reiner-Regiments che conserva la memoria dell'ex reggimento di fanteria imperiale e reale di Salisburgo "Arciduca Rainer". Non ho mai trovato i musei militari particolarmente stimolanti, ma in questo caso c'era una mostra di foto, documenti, cimeli e lettere appartenute a soldati che avevano combattuto sul fronte tirolese durante la prima guerra mondiale - in cui il nemico per questi soldati era l'esercito italiano. Per molti versi, la Prima guerra mondiale fu per l'Italia la quarta guerra di indipendenza e condusse il paese ad assumere la forma territoriale attuale. Le sofferenze inimmaginabili subite dai soldati in quella guerra e il suo catastrofico bilancio di vittime erano ancora parte della memoria vivente degli anziani durante la mia infanzia e i libri di storia sui quali avevo studiato a scuola avevano sempre presentato gli austriaci come i nemici. All'improvviso in quel museo mi ritrovai dalla parte opposta: facevo parte della nazione che aveva rotto i ranghi dall'impero, che era vista come l'attaccante: il nemico ero io. E questo non solo nella narrazione ufficiale, ma nella percezione quotidiana che la gente aveva di quegli eventi e che traspariva nelle lettere spesso commoventi di soldati, familiari e amanti che facevano parte della mostra. Fu un'esperienza del tutto particolare che da allora mi viene in mente ogni volta che sento il mantra di Gesù, la frase che più di ogni altra esprime l'essenza del Vangelo, la cartina di tornasole del cristianesimo, Ama i tuoi nemici (Lc 6.27).

Ho scoperto negli anni che il modo migliore per lasciarsi provocare da questa oltraggiosa ingiunzione è mettersi nei panni non del perdonatore ma di colui che ha bisogno di essere perdonato - un ruolo in cui chiaramente mi sono ritrovato io stesso più di una volta: quello di aver fatto qualcosa di sbagliato, di aver ferito qualcuno, di aver agito ingiustamente e quindi di essere diventato un nemico, cioè un fattore di irritazione e una minaccia nella vita di un'altra persona, spesso una persona per la quale contavo e che amavo.

Il più spesso i nemici sono coloro che ci sono più vicini. Nessuno può ferirci più profondamente di coloro che amiamo di più e da cui siamo più amati: i nostri genitori, i nostri figli, il nostro partner, i nostri amici più cari. Se amiamo e perché amiamo, rischiamo tutti di diventare nemici di qualcuno in un dato momento.

In effetti, c'è un segreto per non ferire nessuno, per non avere mai nemici - un modo infallibile per non dover mai passare subire discussioni, risentimenti, rabbia e cose simili, una soluzione molto semplice: non amare nessuno. Se non ami nessuno, non farai mai del male a nessuno, non rischierai mai di diventare il nemico di nessuno.

Possiamo sognare di creare le condizioni per prevenire completamente l'inimicizia nelle nostre comunità. Avendo vissuto per 25 anni in un monastero, che dovrebbe essere il luogo in cui tutto è organizzato in modo tale che le persone vivano in armonia con sé stesse, tra loro e con Dio, la mia esperienza è che un ambiente privo di inimicizia è un’utopia. È abbastanza rivelatore che nella sua Regola per monache e monaci, San Benedetto abbia sentito il bisogno di chiarire che i monaci non devono uccidere, né insultarsi a vicenda, né prendersi l'un l'altro per la gola (cosa che tra l'altro ho visto accadere in una delle comunità in cui ho vissuto non solo figurativamente ma fisicamente).

Quindi la domanda che potremmo porci è: siamo mai stati perdonati e cosa questo perdono ha prodotto in noi? Abbiamo mai incontrato persone che avrebbero potuto farci pagare per il torto che avevamo arrecato loro ma non lo hanno fatto, che avrebbero potuto ignorarci, arrabbiarsi con noi, sfogare la loro frustrazione calunniandoci, ma ci hanno rinunciato?

Quando sappiamo di aver sbagliato, non ci sentiamo a posto. Potremmo non ammetterlo con l'altra persona e talvolta anche con noi stessi, ma ci sentiamo in colpa, la nostra autostima precipita e ci sentiamo totalmente impotenti, non sappiamo come riparare la relazione, non troviamo le parole.

Per questo essere perdonati ci guarisce, ci cambia: rafforza il legame con l'altro, ci fa valorizzare la relazione ancora più profondamente di prima. Diventiamo più umili, più grati e siamo guariti dalla tentazione permanente di essere cinici riguardo alla possibilità che il bene reale sia possibile nel nostro mondo. Se abbiamo mai sperimentato il perdono, conosciamo in prima persona il suo potere vivificante - e questa guarigione alla fine è la sua vera ricompensa, questo è ciò che ci aiuta a fare lo stesso quando è il nostro turno di amare il nostro nemico.

La ricompensa di questo amore è un diverso tipo di comunità e di mondo - un diverso tipo di famiglia, di amicizia o di parrocchia. Non uno nel quale non ci sono mai tensioni e inimicizie - questo non è possibile. Ma una sorta di amicizia, di famiglia, di parrocchia e di chiesa dove gli inevitabili attriti, incomprensioni, litigi, disaccordi non sono mai lasciati ad agire indisturbati sotterraneamente, non vengono mai lasciati soli. Il più delle volte, queste tensioni non possono essere risolte immediatamente, hanno bisogno di tempo: possiamo chiedere di essere perdonati ma dobbiamo lasciare tempo alle persone per elaborare il male che abbiamo fatto loro e lasciare che raggiungano un punto in cui sono pronti a superare la loro opposizione nei nostri riguardi.

L'importante è che nel frattempo non dobbiamo restare inerti - da qui la raffica di verbi di attività che accompagna l'invito di Gesù ad amare i nostri nemici: fate del bene, benedite, pregate, date, prestate, “se qualcuno vi colpisce sulla guancia, porgete anche l'altra; e a chi ti toglie la tunica non trattenere nemmeno il mantello” (Lc 6-27-31), che è un invito a essere creativi nella nostra determinazione a creare le condizioni perché avvenga la riconciliazione.

2000 anni di cristianesimo hanno ampiamente dimostrato che i cristiani lottano come qualsiasi altro essere umano sul pianeta con il compito infinito di superare le divisioni e amare coloro che sono diversi e non ci amano in cambio. Questo è il motivo per cui Paolo dice nella prima lettera ai Corinzi che "L'amore non finirà mai" (13.8). Il lavoro per amare e perdonare non finisce mai. Nessuno di noi vedrà mai la fine di questo compito, ma ognuno di noi può fare del proprio meglio nelle comunità in cui è chiamato a vivere e a servire - le nostre coppie, le nostre famiglie, le nostre chiese.

Le nostre divisioni fanno parte di ciò che significa essere umani. Ferirsi l'un l'altro è il prezzo inevitabile dell'amore. La buona notizia è che l'inimicizia, qualunque forma assuma, può diventare un mezzo per un amore più profondo, una benedizione più abbondante, una giustizia più grande - questo amore provato e più maturo alla fine è la ricompensa, la "misura, buona, pigiata, colma e traboccante che vi sarà versata in grembo ”(Lc 6.35ss).



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