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  • Luigi Gioia

Rosa e turchese.

Updated: Feb 21

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Proprio come la repressione, l'indifferenza corrode ogni tentativo di costruire una coesione autentica e sincera nella nostra società e nelle nostre chiese. Proprio come la soppressione, l'indifferenza lascia intatte le conseguenze delle nostre divisioni, che si inaspriscono sotto la tranquillità apparente della superficie.

Ognuno ha un suo metodo per memorizzare i sette colori dell'arcobaleno distinguibili a occhio nudo, vale a dire rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco e viola. Questo fenomeno naturale non manca mai di catturare la nostra immaginazione. La sua straordinaria bellezza e forma, il suo carattere fugace e la sua rarità provocano un impeto di ottimismo ed euforia in coloro che hanno la la fortuna di imbattersi in esso. Poiché segnala la fine di un temporale, di solito è considerato un simbolo di pace.

Il potere evocativo dell'arcobaleno non sfuggì alle prime associazioni di attivisti gay che, alla fine degli anni Settanta, cercavano un simbolo per il loro movimento. Trasformarono l'arcobaleno in una bandiera che fece la sua apparizione per la prima volta alla parata per il Gay Freedom Day a San Francisco, il 25 giugno 1978. I partecipanti di quella parata e i suoi spettatori, tuttavia, ebbero qualche sorpresa paragonando la bandiera con la sequenza dei colori dell’arcobaleno che avevano memorizzato.

Gilbert Baker, l'artista incaricato di disegnare la bandiera, decise infatti di aumentare il numero dei colori aggiungendo il rosa prima del rosso e sostituendo il blu con il turchese, secondo le seguenti associazioni: rosa per la sessualità, rosso per la vita, arancione per la guarigione, giallo per la luce del sole, verde per la natura, turchese per la magia, indaco per l'armonia e viola per la spiritualità. Tinse a mano e cucì lui stesso le strisce e la sua idea si diffuse a macchia d'olio - come tutti possono testimoniare durante questo mese di febbraio dedicato al tema della storia LGBT nel quale questa bandiera è onnipresente.

Ben presto, tuttavia, Baker si rese conto che la sua scelta di colori non era commercialmente praticabile: i coloranti rosa e turchese sono costosi e per semplificare la produzione di massa della bandiera, rinunciò al rosa e ripristinò il noioso blu invece dello sfizioso turchese – sacrificando dunque sessualità e magia nell'emblema del gay pride! E di fatti occorre riconoscere che se oggi la difesa dei diritti LGBT è cresciuta in modo esponenziale, il prezzo pagato è stato da un lato una perdita dell’impatto critico e della originalità di questo movimento (si potrebbe dire della sua magia) e dall’altro il dirottamento dei simboli LGBT ad opera di grandi marche a fini pubblicitari. Molti, ad esempio, si sono lamentati dell'infinita, deprimente e blanda successione di sontuosi carri allegorici che pubblicizzavano grandi marche commerciali durante l'ultima parata del Gay Pride svoltasi a Londra nel 2019.

Potremmo sostenere che questo è l'inevitabile lato negativo del successo. La croce stessa, strumento di tortura, non è forse diventata un gioiello innocuo e alla moda sfoggiato da modelle e star del cinema?

A coloro che trovano questo parallelo irriverente si potrebbe obiettare che in termini biblici, sia la croce che l'arcobaleno svolgono funzioni rappresentative simili.

L'arcobaleno è il segno dell'alleanza con Noè nel libro della Genesi perché colma il divario tra Dio e l'umanità e quindi ci ricorda la restaurazione dell'amicizia interrotta dagli eventi del giardino dell'Eden.

Analogamente, i Padri della Chiesa interpretarono il raggio orizzontale della croce come Cristo che abbraccia l'umanità intera, e il suo raggio verticale come lui che fa da ponte tra cielo e terra e colma il divario tra noi e il Padre. La Croce realizza quanto prefigurato nel battesimo di Gesù: i cieli si squarciano e riprende il dialogo tra Dio e l'umanità: si sente la voce del Padre - e il suo amore, sotto la forma di una colomba, può scendere di nuovo su di noi, in noi, e renderci figli prediletti di Dio.

Riflettere sul destino dell'arcobaleno e della croce nella storia dell'emancipazione gay e del cristianesimo mette a nudo il contrasto tra il modo divino di gestire le divisioni e il nostro, tra come Dio stabilisce e sostiene l'amicizia, la convalida e l'accettazione reciproca, e come lo facciamo noi.

Il riconoscimento reciproco è sempre una sfida. Per limitare i nostri esempi alle questioni LGBT, la società oggi accetta forse maggiormente l'identità gay, ma continua a rifiutare le persone transgender e transessuali, che sono più che mai costantemente molestate, sottoposte a bullismo, abusi e a un tale livello di emarginazione che spesso il loro unico mezzo di sopravvivenza è la prostituzione. Una volta sentii una persona dire che le persone trans sono come i canarini in una miniera di carbone: potremmo pensare che siano gli unici che stanno soffrendo e morendo, quando in realtà la loro situazione è un sintomo di ciò che sta uccidendo tutti noi - cioè i veleni del maschilismo, delle nostre insicurezze, di una percezione della sessualità ancora permeata da sensi di colpa non elaborati: l'elenco degli agenti velenosi nella nostra cultura, nelle nostre chiese e negli angoli nascosti della nostra psicologia è lungo.

La nostra strategia istintiva per affrontare la differenza è la soppressione, come la maggior parte della storia umana dimostra ampiamente. Il cristianesimo si è davvero distinto in questa strategia, superando quasi ogni altra religione e filosofia nella sua risoluzione feroce e intransigente di umiliare, ostracizzare, disprezzare, e screditare qualsiasi forma di dissenso rispetto a determinate definizioni di ortodossia. Questa non è solo storia. Purtroppo, anche ai nostri giorni, questo ancora avviene in ognuna delle nostre chiese.

Una strategia di soppressione molto più insidiosa e raffinata, tuttavia, si è affermata nel nostro contesto culturale postmoderno, vale a dire l'indifferenza, spesso conseguita per mezzo di forme procedurali di standardizzazione. Coloro che rivendicano accettazione della loro identità sono spinti poco a poco a attenuare la loro peculiarità e stranezza, e quelli che non vogliono essere sfidati da qualcosa di diverso da ciò che possono gestire, chiudono un occhio – così che tutti possano essere felici e contenti. Tranne, ancora una volta, le persone trans che purtroppo, o, direi, fortunatamente per noi, non possono attenuare o nascondere la loro differenza, e così espongono la persistenza della nostra profonda intolleranza. E chiaramente lo stesso argomento vale anche per le minoranze etniche.

Proprio come la repressione, l'indifferenza corrode ogni tentativo di costruire una coesione autentica e sincera nella nostra società e nelle nostre chiese. Proprio come la soppressione, l'indifferenza lascia intatte le conseguenze delle nostre divisioni, che si inaspriscono sotto la tranquillità apparente della superficie.

Possiamo quindi essere grati per la persistenza del simbolismo sia dell'arcobaleno nel libro della Genesi che della croce nel Vangelo malgrado questi incessanti tentativi di neutralizzarne la stranezza e la scomodità.

L'alleanza con Noè nel libro della Genesi subito dopo il diluvio scaturisce dal toccante riconoscimento da parte di Dio che non può gestire il rifiuto del suo amore semplicemente cancellando l'umanità dalla faccia della terra, cioè con la soppressione. Gli esseri umani sono diventati per sempre parte della storia di Dio il giorno in cui ha infuso in loro il suo stesso respiro, facendoli partecipi della sua stessa vita. Dio accetta che dovrà vivere con noi, che gli (o meglio ci) piaccia o no siamo legati a lui per sempre.

Poi, come simbolo prescelto del modo corretto di essere in una relazione, l'arcobaleno segnala anche che la soluzione al conflitto non può essere l'indifferenza, e lo fa in due modi. Innanzitutto perché ha la forma di un ponte, il che significa che i bordi opposti (e contrastanti) del golfo non vengono annullati, ma affermati in modo da diventare le basi del loro collegamento. Un secondo ed ancora più profondo significato poi sta nei vari colori dell'arcobaleno. La luce che permette ai nostri occhi di svolgere la loro funzione in modo che possiamo vedere gli altri non è uniforme, né semplicemente bianca. La luce è invece composta dei sette colori che vediamo e di tanti altri che continuiamo a scoprire grazie agli strumenti tecnici che superano lo spettro percepibile a occhio nudo. In altre parole, l'arcobaleno colma i nostri divari perché ci ricorda il potenziale di bellezza della nostra molteplicità e delle nostre differenze quando viene data loro l'opportunità di rivelarsi e prosperare, di solito dopo un temporale, cioè a seguito degli inevitabili conflitti che sono il pane quotidiano della nostra vita nella società.

Quindi, rosa e turchese, sessualità e magia, sono stati eliminati dall'equazione con il risultato che le grandi marche possono ora facilmente incassare grazie alla bandiera arcobaleno. Siamo diventati daltonici al punto da non percepire neanche più l’eccentricità che condusse gli attivisti gay a scegliere questo simbolo.

La ricetta di Dio per combattere con successo questa indifferenza e questa negazione è fare memoria: “L’arco sarà sulle nubi, e io lo guarderò per ricordare l’alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne che è sulla terra” (Gen 9,16). L'arcobaleno - e potremmo dire lo stesso della croce - è il promemoria che Dio ci ha dato per ricordarci che non dobbiamo aver paura dei nostri conflitti e delle nostre differenze, ma piuttosto trasformarli in trampolini di lancio per raggiungere gli altri oltre la nostra zona di comfort, le nostre paure e le nostre insicurezze e imparare a gioire veramente delle nostre differenze, e celebrarle – compreso il rosa, il turchese e tutti gli altri colori.






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