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  • Luigi Gioia

Scegliere i vestiti giusti

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Non so se questo succede solo a me, ma per quanta cura possa prodigare nella scelta di pantaloni, camicia, scarpe, calzini e giacca quando sono invitato a cena da qualcuno, non supero lo stesso mai una certa trepidazione fino a quando non arrivo a casa di chi mi ospita, vedo come sono vestiti gli altri, e posso rassicurarmi di non aver peccato ne’ per eccesso ne’ per difetto. Sembra semplice vanità -e nel mio case certamente lo è- ma può essere considerata anche una espressione di delicatezza e di rispetto per chi mi invita e del desiderio di contribuire alla creazione di un contesto piacevole per tutti. Se ci invitiamo reciprocamente, sia ordinariamente per un pasto, sia per le occasioni speciali della nostra vita come delle nozze, è perché una celebrazione riesce veramente solo quando in essa confluiscono le amicizie, gli affetti, le relazioni che danno senso, valore e bellezza alla nostra vita. Gli abiti che indossiamo per queste occasioni (“l’abito nuziale” del vangelo di oggi), la cura con i quali li scegliamo, diventano allora un simbolo dell’importanza che attribuiamo a queste relazioni e una maniera di celebrarle.

Nel Vangelo come in tutto l’Antico Testamento, le nozze sono un’immagine del tipo di relazione che il Signore incessantemente cerca di tessere con ognuno di noi.

Sposo o accetto di iniziare a convivere solo con una persona che considero unica al mondo, che vale per me più di ogni altra, con la quale voglio vivere per sempre e condividere tutto quello che ho e che sono. Allo stesso modo, Dio ci sceglie personalmente, come se ognuno di noi fosse la sola persona al mondo, ci ama come siamo, non come dovremmo o vorremmo essere, desidera condividere ogni aspetto della nostra vita e farci partecipare ad ogni aspetto della sua.

Questo contesto è indispensabile per capire la frase finale del vangelo: “Molti sono chiamati, ma pochi gli eletti” (Mt 22,14) come anche la scena imbarazzante dell’invitato rimproverato dal re per non aver indossato l’abito nuziale.

“Elezione” vuol dire scelta o consenso, con tutto quello che questo comporta quando è riferito non ad una cosa ma ad una persona. Quando dico ad una persona “Scelgo te” accetto di legare, intrecciare, unire tutta la mia vita alla sua. Instancabilmente, la Scrittura ci assicura che Dio ci sceglie in questo modo, e non solo alcuni di noi, ma assolutamente ognuno di noi – ce lo assicura Paolo quando dice che “Dio ci ha scelti fin dalla fondazione del mondo” (Efesini 1,4) e Dio stesso attraverso il profeta Geremia quando afferma: “Ti ho amato di amore eterno” (Geremia 31,3).

Se pochi sono gli eletti non è perché Dio sceglie solo alcuni di noi, ma perché solo alcuni di noi scelgono Dio, solo alcuni di noi si preoccupano di cosa indossare per piacere a Dio, cioè di rivestirsi, come lo dice ancora Paolo, “di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di pazienza” (Colossesi 3,12).

Per quanto proviamo però a rivestirci di questi sentimenti gli uni nei confronti degli altri come espressione della nostra scelta di Dio, della nostra alleanza con lui, della sua importanza per noi e per la nostra vita, la verità è che la maggior parte delle volte non ci riusciamo, o ci riusciamo troppo poco, e spesso senza volerlo ci ritroviamo a mani vuote, ci scopriamo ad indossare l’abito sbagliato.

Se leggiamo tra le righe del vangelo però ci rendiamo conto che non è questo il vero problema e che anzi non poteva essere altrimenti. Quelli che finalmente accettano l’invito del re sono i primi venuti, quelli che i servi trovano per strada, buoni e cattivi (Mt 22,10). Se ci ritroviamo ad un pranzo di nozze con vestiti inadeguati è appunto perché Dio chiama tutti, sceglie tutti, vuole tutti, e ci prende come e dove siamo.

Il problema dell’invitato senza abito nuziale è un altro – e lo si indovina attraverso la sua reazione: quando il re gli rivolge la parola, lui ammutolisce (Mt 22,12). Il re lo chiama “amico”, gli va incontro, cerca di entrare in un dialogo con lui, ma egli non risponde perché ha paura e si richiude in se stesso. Resta senza abito nuziale solo perché non capisce che gli sarebbe semplicemente bastato rispondere come lo hanno fatto tanti degli altri personaggi ritrovatisi in situazioni analoghe nella Scrittura – cioè semplicemente riconoscendo: “Voglio credere, vieni in aiuto alla mia poca fede” (Marco 9,24). Se lo avesse fatto, si sarebbe trovato immediatamente rivestito dell’abito giusto, cioè dei “sentimenti di umiltà” di cui parla Paolo. Questo è il modo in cui entriamo anche noi a far parte degli eletti, scegliendo cioè di affidarci alla fedeltà di chi ci ha scelto, e su di essa solo contare.




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