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  • Luigi Gioia

Sopravvivere e vivere

Uno degli scritti teologici più penetranti sull'aldilà è il trattato di Joseph Ratzinger su Escatologia, morte e vita eterna che pubblicò nel 1988. Come teologo e più tardi come Papa Benedetto XVI, l'ho sempre trovato un pensatore profondamente stimolante non perché pensi che abbia sempre ragione, ma, al contrario, proprio a causa della costante tensione tra il brillante studioso e l'inflessibile guardiano dell'ortodossia che caratterizza la sua opera. Leggere i suoi scritti è un po’ come andare in una SPA e alternare piacevoli bagni turchi ad alta temperatura con immersioni in piscine di acqua gelida: la combinazione tra i due potrebbe essere sgradevole ma è buona per la circolazione.

In questo libro, Ratzinger fornisce il miglior argomento che abbia mai trovato per quello che chiamo un "sano agnosticismo" sulla vita dopo la morte.

Indubbiamente, la Scrittura parla di sheol, paradiso e inferno e risurrezione della carne, ma non ci fa mai dimenticare che queste non sono descrizioni ma solo immagini e metafore. La Scrittura è ugualmente capace di dare voce all'angoscia umana riguardo al carattere finale della morte, alla dissoluzione del corpo, alla prospettiva del totale oblio e al fatto che per quanto possiamo tentare di convincerci che c'è vita dopo la morte, non riusciremo mai a superare la nostra paura di tornare al nulla.

«Io dicevo: “A metà dei miei giorni me ne vado, sono trattenuto alle porte degli inferi per il resto dei miei anni”. Dicevo: “Non vedrò più il Signore sulla terra dei viventi, non guarderò più nessuno fra gli abitanti del mondo. La mia dimora è stata divelta e gettata lontano da me,come una tenda di pastori. Come un tessitore hai arrotolato la mia vita, mi hai tagliato dalla trama. Dal giorno alla notte mi riduci all’estremo. (Isaia 38.10-12)

Nella comprensione biblica della natura umana, l'esistenza corporea è così essenziale che è molto difficile pensare a una forma di vita una volta che il corpo non c'è più. È vero, in una fase tardiva della sua storia, Israele è entrato in contatto con l'idea greca di un'anima immortale che potrebbe essere cosciente dopo la morte ed è allettante pensare che questo sia il motivo per cui lentamente sia arrivato ​​a credere nella vita dopo la morte. In realtà, l'idea dell'anima immortale è rimasta completamente estranea alla spiritualità biblica e non ha mai aiutato Israele a venire a patti con la sua angoscia per ciò che ci accade quando moriamo.

Questa penso sia una buona notizia per noi.

Significa che la fede cristiana nella vita dopo la morte non si basa sull'adesione a un'idea filosofica. Questo appare nella risposta di Gesù a coloro che non credevano nella vita dopo la morte: "Non avete letto ciò che vi è stato detto da Dio: 'Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe' ? Non è Dio dei morti, ma dei vivi”(Mt 22,31s).

In altre parole, Gesù sta dicendo: Dio non è diventato amico di Abramo, Isacco e Giacobbe? Non ha stabilito una relazione con loro? Non ha promesso di essere con loro ovunque andassero? Di essere loro fedele in ogni circostanza, di non abbandonarli mai? E poiché Dio non muore mai, anche la sua amicizia non finisce mai, né la sua promessa di essere con noi e di tenerci con lui. Non sappiamo come, ma siamo sicuri che Dio troverà un modo per restare con noi e tenerci con lui anche dopo la nostra morte, anche se non sappiamo come.

Questo cambiamento è epocale. Tradizionalmente, l'umanità ha cercato di garantire la sopravvivenza dopo la morte attraverso la memoria, i monumenti, la conservazione del corpo o teorie su una parte del nostro essere che rimane dopo la dissoluzione del nostro corpo.

Israele, al contrario, può coraggiosamente riconoscere la sua paura del nulla e conservare un sano agnosticismo sulla vita futura perché la sua fonte di consolazione e di certezza è l'esperienza costantemente rinnovata di un amore e di una fedeltà ai quali nemmeno la morte può mettere fine, poiché il Dio che prende l'iniziativa in questo rapporto è il Vivente per eccellenza.

Ciò significa che alla fine, come accade per la nostra vita presente, così anche la vita futura dipende da una cosa sola, vale a dire la relazione.

Se ci pensiamo bene, cosa significa vivere per un essere umano se non questo: si riceve la vita grazie a una relazione, si cresce attraverso le relazioni e si supera ogni sfida della nostra vita grazie alle relazioni. Più accogliamo la vita dagli altri e diamo vita agli altri, più prosperiamo e sperimentiamo gioia. Ciò che conta per noi non è solo sopravvivere. Rabbrividiremmo di orrore al pensiero di sopravvivere eternamente se ci dicessero che saremmo soli per sempre.

Questa è la differenza tra la sopravvivere e vivere.

La vita è amare ed essere amati, possibilmente con meno complicazioni di quante ne sperimentiamo in questo campo qui in terra. Per quanto mi riguarda, l'unica descrizione della vita dopo la morte che trovo confortante nella Scrittura è anche la più breve (e incidentalmente la prima, poiché si trova nello scritto più antico che abbiamo nel Nuovo Testamento, vale a dire la prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi ): "Allora noi che siamo vivi, che siamo rimasti, saremo rapiti insieme a coloro che si sono addormentati, tra le nuvole, per incontrare il Signore nell'aria, e così saremo con il Signore per sempre" (1 Ts 4,17).

“Saremo con il Signore per sempre”: questo è ciò che renderà la nostra eternità non un semplice e solitario “sopravvivere”, ma veramente e pienamente un “vivere”.




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