• Luigi Gioia

Vedere l'invisibile

Updated: Feb 27

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"Anche noi oggi restiamo la preda di un costante e vago senso di colpa, del timore di essere puniti, senza sapere perché né da chi".

I cristiani inviati in terra di missione, specialmente dove ancora prevalgono tendenze animiste, scoprono quanto ancora vi domini la paura. Alle prese con un mondo invisibile, non avendo nessun modo di indovinare le intenzioni degli esseri dei quali si sospetta la presenza e l’influenza, si teme continuamente di offenderli inavvertitamente e si cercano metodi per guadagnarne il favore o eventualmente per placarli. I sacrifici di animali sarebbero l’espressione di questa religiosità. Da sempre il sangue è considerato merce di scambio con il divino. Anche nella nostra cultura dominata dallo scetticismo religioso però, la paura e l’ansia relativamente al nostro destino non ci sono risparmiate. Anche nei nostri paesi occidentali continua ad imperversare la superstizione o restiamo la preda di un costante e vago senso di colpa, del timore di essere puniti, senza sapere perché né da chi.

Il cristianesimo è ‘buona notizia’, è liberazione prima di tutto per questo motivo. È vero, come dice Giovanni, che “Dio nessuno lo ha mai visto” (Gv 1,18). Il Figlio però ce lo fa conoscere, ci offre non solo una versione umana dell’amore di Dio, ma ne è il volto: “Chi mi vede, vede il Padre mio” (Gv 14,9). Il mondo invisibile che ci sembrava così minaccioso perché sconosciuto, non ci incute più timore. In Cristo ci appare chi è Dio, quali sono le sue intenzioni, il suo progetto su di noi; ci è insegnato come ascoltarlo, come piacergli. In una parola, in Cristo abbiamo ricevuto il dono della sapienza.

Quando parliamo di saggi o di sapienti pensiamo a persone che hanno conquistato vette di conoscenze a prezzo di decenni di studio e di ricerca. Il cristianesimo invece ci offre una sapienza che è dono, inviata dall’alto. Sentiamo questa sapienza affermare: Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti” (Sir 24,8). Il prologo del Vangelo di Giovanni ci rivela che questa Sapienza è Gesù stesso, chiamato “Verbo”, che “si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (letteralmente: ‘piantò la sua tenda in mezzo a noi’) (Gv 1,14).

Non dobbiamo lasciarci intimidire dal carattere apparentemente astratto di questi appellativi: “Verbo”, “Sapienza”. Entrambi esprimono una verità molto semplice: Dio si fa conoscere. Gesù è ‘verbo’ (o ‘parola’) perché ci dice Dio; è ‘sapienza’ perché ce lo fa gustare. In lui ci è data “sapienza e rivelazione” che ci fanno accedere a una “profonda conoscenza” del Padre. In Cristo, Dio “illumina gli occhi del nostro cuore per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi” (Ef 1,18).

La verità cristiana non è qualcosa che possiamo mai considerare di conoscere una volta per tutte. La conoscenza di Dio non è un dato, una formula, una filosofia, ma un evento – ed un evento che non si è prodotto una volta sola ma continua ad ‘av-venire’ ogni giorno. È l'evento mediante il quale ogni giorno il Signore apre le nostre orecchie per farci percepire il suo appello, illumina i nostri occhi per farci vedere il mondo come lo vede lui, schiude le nostre labbra per permetterci di pregarlo e di lodarlo.

Una delle forme più perniciose di ignoranza di Dio, di ‘insipienza’ (il contrario della sapienza), consiste nel trasformare questo evento in un sistema, in teorie, in un ‘catechismo’ che basterebbe imparare a memoria per credere di conoscere Dio. Certo, teorie, sistemi teologici, formule di fede sono importanti, sono anzi necessari. Restano però incapaci di farci conoscere il Dio vivente. Hanno senso solo se costantemente confrontati con l'evento vivente di Cristo che, per mezzo del suo Spirito, resta presente nella Parola di Dio e continua a farci conoscere il Padre.

Una conoscenza di Dio, una teologia che non resta in contatto con la Parola, che non è nutrita dalla preghiera, diventa una gnosi, una lettera che uccide, come dice Paolo (2Cor 3,6). È forse questa la ragione di uno degli aspetti più sorprendenti della rivelazione cristiana, vale a dire il fatto che Gesù non abbia scritto nulla di suo pugno, non una sola parola. Riguardo alla sua vita e al suo messaggio abbiamo solo delle testimonianze in versioni diverse (i quattro vangeli), che non sempre coincidono e la cui interpretazione resterà fino alla fine della storia oggetto di controversie. Questo non è successo per caso. La Scrittura infatti è necessaria, ma ci illuderemmo se pensassimo che la rivelazione del Padre si riduce al suo contenuto.

Conosciamo il Padre attraverso la Scrittura solo quando, nel proclamarla, nel leggerla e nel pregarla, ci lasciamo istruire dallo Spirito vivente e operante nei nostri cuori, nella sua Chiesa, cioè nella comunità di coloro che costantemente si lasciano convocare dal Dio vivente e credono alla presenza del Risorto in mezzo a loro.

E’ questo il senso ultimo del tempo di Natale. Celebriamo l’Emmanuele, il Dio che si è fatto ‘con noi’ e che lo resta: “Ecco, io sono con voi fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Gesù non ha lasciato una lettera morta a testimoniarci di lui, ma uno Spirito che è vivo e dà vita. Da questo Spirito dobbiamo lasciarci ogni giorno istruire per tenere i nostri occhi e le nostre orecchie aperte, per discernere la presenza e l’azione di Dio nelle nostre vite.





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